Il Cambiamento o delle nostre paure. Notturni del cuore.

 

Seduta sul letto, è notte: abbraccio il cuscino e già lo respingo. Sei tu, rabbia repressa di quanto subii: un ascensore che segue il piano e vuoto si apre, nessuno alla porta, è notte e ancora non torna.

L’attesa degli altri, mai quella o pretesa di me, da me.

Saffo d’altri tempi mi definiresti, ma misera e derelitta mai, accanita e premurosa a un tempo sempre.

Accumulo ferite: indistinte le vecchie e le nuove, tanto il dolore ha sempre spazio, e la felicità è un altrove di pensieri.

Si fa giorno: gli occhi tornano rigidi, poi morbidi, comunque intensi.

Ho lottato fra le lenzuola, spossata ho cercato di me anche l’ultimo respiro d’affanno.

Cosa ho trovato?

Tutte le assenze, i bisogni non corrisposti, l’amore taciuto poi richiesto indi negato l’ho attraversato in tutte le sfumature.

Cosa rimane?

Una guerra di rughe, un cuore sconquassato, un sorriso nuovo da mettersi sul volto al mattino, la speranza di una carezza che verrà. Che basti, forse, ma non è dato conoscere, inesorabilmente mai.

Si procede brancolando anche nell’ovvietà d’intenti. E tutto si fa inutilmente complesso nella facilità d’un istante che era soffio leggero.

Poi accade un vortice di corpi e mi prende ancora quell’essere nel centro , non più è assente la dimensione di me, ma trovo pace nel cogliere quanto va oltre ogni supposizione.

Accade un niente di lacrime, poi grida, respiro: si tiene stretta la vita sulla vita, a un passo dal comprendersi,a un attimo da allontanarsi, nel meccanismo dolce di un’altra notte che stupisce e parla di assenze presenti e di presenze assenti, ovvero muoversi sull’altro con l’altro.

Basterebbe solo in quei deliqui sfiorarsi per tornare alle mani con le mani, dalla testa sul cuore, dalla ferita alla cura.

Nella stasi, nel moto, nella paura comunque s’incede: terrorizzati, vivi, frenetici, talvolta felici. Eppur veri, come una cartolina che sa di mare d’inverno: sorridente e malinconica assieme, nella bellezza che solo si sfiora, aspettando che torni, se lo farà.

Un inganno, un mistero, niente di certo, eppure sta là: che siano pensieri o vortici di vita in qualche modo succede e cambia. Qualsiasi cosa sia, è.

 

[Il tramonto è di una sera di inizio giugno a Siracusa, i pensieri sparsi da un altrove di tempo e spazio, fra testa e cuore in forma di parole]

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Singhiozzi di cuore a colori

Le parole che restano, quelle che non si dicono dove volano impigliate e quanto necessitano di voce che sia data loro?

Un buio, una distanza, un inganno felice: tutto fagocita ogni espressione.

Siamo vuoti d’aria a perdere, densi quanto gli abbracci che ci diciamo stonati, in cerca la notte e il giorno, e gli abbagli che colpiscono, feriscono dove si scopre il giorno.

È un crescendo nel vedersi.

“Ai viaggi in cerca di bellezza e all’ospitalità che è una forma di bellezza umana”: quanta sintassi inutile in un sorso obbligato… Eppure non esserne mai sazi  è la chiave di volta: ospitare e farsi ospitare, conoscere, viaggiare vicini o lontani, alla ricerca di bellezza in ogni dove, mai sopraffatti da un niente che ci livelli automi.

Attraversare questa tempesta e assalto, vivere i terremoti, volare alto sopra le macerie, tornare ad abbattersi e abbattere, bastarsi sempre, eppur mai appagati incedere verso.

Se ti guardi a fianco lì sto: nel rispetto, da parte, forse di spalle. Ma sto. Basta abbracciarmi come vuoi e ci sarò, coi miei occhi, a guardarti, ma non di seguirti, facile preda, questo non chiederlo,  no.

Eppure sarebbe più semplice dar voce al vento e sussurrarti ” rimani”.

Eppure sarebbe semplice lasciarsi dire “Sto qua”.

Ma accogliamo emozioni, respingiamo il facile, corriamo lapidari in cerca e perdiamo le occasioni per pertubazioni emozionali.

Mai che vi sia una via, sola fra molte distanti: di strade ho solcato il destino eppure mi son trovata.

Adesso vorrei trovarti.

 
Ti rigiri fra le mie coperte: non ho posto ma hai la cura.

Chiudo gli occhi e i sogni terribili ancora avvengono, la sicurezza la cerco dentro, non intorno, non è tempo ora, non lo sarà forse mai.

Che l’abbraccio si rimandi anche questa volta: il bisogno è una circostanza per cuori pavidi, per altri certezza di cui lagnarsi, per noi miseria.

Semplice domanda che resta non risposta, eppure vaghi in me ancora e non so fin quando. Ma terrore non v’è. Accadranno altri e ancora inciamperò e senza sosta. Sfiorarsi, di questo c’importa. Il resto: ciarpame inflazionato, da cuori d’argilla.

Per noi grovigli d’idee, incubi di gioia, paure di sogni felici, sommesse occasioni, sfere d’universo in lotta e fuga e ancora prendersi le mani e con dolore respirarsi addosso ridendo.

L’occasione: un incontro, una danza, un ritmo e poi silenzio.

Cala il buio e resto sola, ancora.

Per scelta, necessità, posa?

Imparerò. Me lo dirai.
[Appunti da qualche parte, in qualche modo, in me]

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La vita che volevi

 

Due uova, la cucina, un piatto di pasta: me lo sono raccontato come un mantra infinito, tanto da crederci, tanto da viverlo e provare a raccontarmela “felicità”, ma non era quello: volevo l’adrenalina, un’aria di scossa intorno,  percepire che ci fosse un movimento continuo, non di gambe, non di braccia, ma di tutto.

Finanche la punta del naso ed i capelli mai davvero in piega, gli occhi soprattutto, sempre ad inseguire un altrove.

Non importava scalare dove o finire quando, importava l’adrenalina nel cuore e sussulti in ogni dove.

Importava percepirsi diversi in ogni istante, eppure la cercavo quella vostra felicità.

Mi sembrava poterla cogliere con le mani un giorno e chiamarla mia: l’odore del bucato, affacciarsi alla finestra, un risveglio insieme al sapore di caffè. E tutta la testa che era ancora altro. Poi i suoni, le luci che attraggono, percepire un profumo che ti guida lontano, stare lì chiusi in questo segreto e raccontarselo meta, destino, soddisfazione e traguardi.

Poi.

Arriva un odore nuovo, diverso, il guizzo che torna ad accendere gli occhi ed ecco che si risale una china dura da interpretare eppure di semplice fruizione: non è qui, non è adesso, e forse non lo sarà mai, ma è esattamente in mezzo, infra, nel percorso.

Allora s’aggroviglia la vita come un gomitolo, non si spiegano i minuti persi dietro -ogni volta- un progetto che parte a metà ma sempre di slancio, non si ripercorre sempre la stessa strada, i piedi vanno in cerca di un pezzettino di sassi ancora da esplorare

e si cammina  storti, sempre sbilanciati.

No, la vostra vita no, delimitarmi nei vostri obiettivi impossibile:

impossibile raccontarselo, impossibile spiegarvelo.

Eppure mi si legge in ogni ruga, in ogni sguardo che tenta di esser fisso.

E ne soffro e ne sono felice e poi ne soffro e ancora ne sono felice.

E non ti scorgo ovunque tu sia, anche qualora fossi fitto legame oltre le Alpi che sta nel non confondersi e distrarsi da sé, non ti scorgo, no, sebbene comunque tu sia.

E lo sento  e mi spavento eppure proseguo indomita.

So che saprai braccarmi.

E non saranno due uova, la cucina, un piatto di pasta.

Sarà ancora il guizzo, la scossa, i capelli scomposti…la vita scomposta, la vita.

Sta a posto il cuore se lo rimetto dove vuole, ma se lo piego oltre si logora e respira a fatica.

Non se lo merita, no: ha le sue ragioni, il cuore, il mio, la vita, la mia.

Il cuore, il vostro, le ragioni, le vostre, la vita, appunto, la vostra.

Ed è ancora Distanza, Consapevolezza, Rispetto. Rispetto. Nell’estraneità. Dell’alienità.

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Dentro un’altra citazione

Rumori di primavera

Ritrovare il mio ritmo

Sentire nell’aria l’odore del bello:

ecco, ora non accade.

Ripercorrere con te la distanza che separa

E senza timore,

oltre il confine incedere

Lasciarsi affiancare

Abbandonare spazi da determinare

Ritrovare fiducia

in un abbraccio che tutto dice

Aspettare aspettarti aspettarmi

Sì, aspettarmi,

proprio ora che rallento

E perdonarmi

per questo incedere differente,

a singhiozzo. A fatica.

La posa di me non convince più

E stanca la mente implora a me pietà

E nuovi passi che non semplici marco.

Accettare accettarsi accettarti:

sta tutto in poche note

E in ore che si raccontano

in un fiume di pensieri

raccolto in un’immagine:

la notte, il silenzio, non dirsi una parola

ma stringersi forte sconosciuti

E solo sentire

che si è lì dove

non si credeva

poter accadere.

Taciturna mi cerco

in queste pieghe di me

sovrastando gli eventi

che pure premono e schiacciano

a tratti

si vince, si perde

non importa più

Importa percepirsi

Nelle proprie insicurezze

Ansie, frustrazioni, dolori

E dare voce a tutto

Non solo alle felicità

Presunto equilibrio distrazione.

Lasciar vuoto al vuoto,

pieni gli altri di gonfie scartoffie,

Moine, ridicoli tempi

E miseri inganni.

Qui a piedi nudi e mani tese

si brancola

ma attaccati alla terra.

E continuate nell’inganno

se pure vi piace.

Qui per fato divenuto scelta

doloroso, sovente titubante

eppur consapevole al varco

Necessest

dar voce ad ogni nota di sé,

farla vibrare,

ritrovare una luce

Anche

                                                                                      d’elegante oscurità.

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Quid [sine nomine].

L’abbraccio e la spinta,

Perder per un istante

La misura da sè,

di sè,

Trovare la parola spietata

di chi ti guarda negli occhi

e riconosce chi sai.

Amare anche quest’incertezza,

Invocare un perdono da sé,

Accarezzare la paura

e stupiti trovarsi scampati,

Andare incontro ancora

ma saper poi tornare.

E Dove?

 

 

 

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Ad un pensiero che torna

E vorrei per una volta esser io quella  che rimane,

eppure poi fuggo,

non mi fermo

ché temo la passione

e concentrarsi oltre quello che mi va.

Lo spavento che mi prende,

il fallimento alla porta,

le bollette insieme

e un acquario di sogni che svanisce…

Allora l’istante, il tumulto,

questo dolce sottile

cercarsi e intuirsi

senza cogliersi mai.

Aspettami, se mai arriverò

sarà dolcissimo comprendersi,

eppure penso che siano grovigli di pensieri

a separarci oltre un mai

e una dichiarazione che non procede

oltre gli sguardi,

e si ferma premurosa per il disturbo

e accarezza solo:

manca la fiamma che brucia e spezza il respiro.

C’è, oltre gli altri,

questo indelebile rimanere sospesi come a un filo,

non i pensieri

ma il pensarsi ed esserci

e sintonie d’incanto.

E stanno appese come voglio

ché coglierle non so, non potrei,

m’imbarazza e lega a un dove

che mi divora e respingo.

Perdonami se non so invitarti,

ma solo sorridere e rimandare.

Perdonami se non ho la responsabilità

di un incontro che sia azione decisiva.

Perdonami se indugio

in questi ritmi sospesi del cuore,

ma è l’ abbraccio più vero che mai potrei

permetterci.

Eppure ci siamo:

veri onesti e sinceri,

di sostanza.

In un effimero stagliarsi oltre la vita.

Sogno e realtà in un istante si coglie:

non accadere è un bene che abbraccia

quando lo si sa.

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Quasi novembre

Nebbia: si perdono i contorni e non sempre è un male, soprattutto per chi, come me, è così definita e definitiva.

Ti ascolto mentre parti e navighi fin dove vorrei incontrarti: sarebbe scontro, incerto inciamparsi che sul mio volto trasalirebbe d’un tratto con gli occhi che tu sai, che voi altri sapete.

Io eppure non li vedo.

Sapresti fermarmi mentre vago fin dove io voglio? È incerto quest’attimo di mesi in cui ho dato respiro a quanto non conosco e diverso da me: accarezzavo sfuggente per il gusto d’indagare e poi divenne altro ancora che non seppi.

È la nebbia che mi avvolge eppure non affogo: strizzo gli occhi ad incontrarti, se per caso ci sei, eppure l’orizzonte di fatti è vasto, ma ora non li aspetto, tanto meno li pretendo.

Lo stupore del divenire, l’incertezza di come esserci, sapere questa volta non la misura, ma di esser capaci di misurarsi, non limitare né delimitare ma aprire spazi che non sono varchi ma semplici mani che vanno incontro: è tutta questa magica atmosfera che mi sorprende, che imparo, che nuova mi accarezza.

Ignoto dietro le nubi che non son tali: solo arcobaleni di colore differente, il grigio anche lui ha i suoi diritti, e plumbeo poi si cambia in fretta, ma aveva il suo perché.

Cambia il punto di vista, non si sposta l’ equilibrio, l’ intesa spaventa eppure si dà. Procede lenta e non logora: è l’atmosfera che pervade l’intorno quando dentro non è il sereno che non potrà essere mai, ma è la capacità dell’incedere nuovo in spazi non commisurati.

Rallento, mi raggiungi? Chissà.

Ma non ti aspetto eppure non accelero.

Accade un ritmo giusto che ci illude a un tempo mentre fingiamo le nostre vite, affaticati nel mondo.

È il pensiero che vola oltre mari vasti e montagne imperscrutabili:

un mistero l’incontro, il cercarsi di più.

 

[Un pomeriggio o una sera, da qualche parte, per strada, pensando gli incontri stravaganti, attesi, temuti, inevitabili]

 

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