Se mi dici “ora”

La responsabilità: questo groviglio
di anime che s’inchiodano a casaccio.
Nessuno che soppesi il cuore,
lo allevi fra le mani, fratturi una distanza
a renderla quiete onerosa
che si porta fra destrezza e inciampi.
Accarezzo l’idea di sfumare nel vento
Tanto l’assenza dura il tempo di un soffio.
E la vita si blandisce di nuovo
Sottile come niente che fosse.

Adesso, ad esempio, mentre ridi
fra le pieghe delle tue mani
le mie si sono perse,
e la mia voce di notte
si fa incontro a nuova che bisbiglia
sofferenza di vita
senza volerla salvare.
Spietata la terra.
Spietati noi che ci respiriamo addosso
Il tempo di un orgasmo
E poi via di fretta
A incespicare altri anfratti.
Spietata la tua mano
che si avvicina aperta
A chiedere, esigere.
E la spalla è una spinta,
Non più un sostegno
O l’avvolgersi di un abbraccio.

Cambia tutto in un battito di luce
Che mi appare improvviso sul volto:
la tua tragedia, il mio esistere,
le vite che cozzano,
quelle che si arrangiano,
la superficie in cui si nuota,
l’affanno che si fa strada nell’abisso
e
lascia fuori la speranza
che si cerca consapevolezza.
Le parole scelte con cura;
Quelle che pur scelte
Suonano facili a interpreti;
L’abbraccio richiesto sempre;
La fuga da interrompere;
La misera finto-onesta pretesa;
il calore che più non so:
è tutto un sapore amaro
Ma dolce si fa spazio
Un nuovo attraversarmi.
Che noia, che fastidio concedere ai più.
Urge rotta a rovescio,
rovina franosa a riscatto.
Rischio a far salvi sé.

Non interrompere la fuga
se vuoi davvero
Abbracciarmi.
Non gridarmi parole
se sono già sono radice.
Opportuna, responsabile,
accogliente, vera.
A mio modo sono.

Non c’è spazio per le pose
Né tempo o modo a disconoscersi.

Spiana la via, impara la grazia.
La carezza arriverà.

L’abbraccio non lo cerco.
Ma c’è nell’incontro
Fra i tuoi occhi un qualcosa che mi dice
“Lascia che sia”.

 

[Non tanto buoni propositi quanto precise analisi, già prima della vista da Buda (prospettiva di scatto di mia proprietà come d’esecuzione), a cogliere l’intorno per andare meglio incontro, in prospettiva alta, altra. Fra febbraio e marzo, in volo verso la primavera di sè]

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CUM SEQUENTIA

MOVIMENTO 1.Un attimo. Il bagliore di un secondo. Le cose che sono e quelle che saranno. L’occasione ghiotta, quella acchiappata e quella negata. Chi calcola, chi va, chi parla, chi ascolta. Chi Piange. Chi sorride triste. L’allegria che passa. Un nuovo sentire che avanza. Chi ha scelto e chi non lo farà mai. Chi è andato e chi torna. Per chi gira e per chi ancora no. Le vite che s’intrecciano, le vite che si sfiorano; sfuma la tua mano, un’altra s’intreccia, oppure perdo la mia da sola, la tua si muove su un altro corpo. E amaramente so. O non so, ma desumo. Comunque mai davvero saprò. Né mi saprai oltre la linea che ci siamo dati. Fatto sta. Fatto sta. Sintonie che si creano, legami che si rompono. Incipit fortunati, o a passo scazonte, in fondo che importa? Chiusure come romanzi d’appendice o favole grottesche, ancora un ad libitum che ci prende. Non saprei se vi è differenza in fondo, intendo che comunque è una fine. O un inizio. Sempre questione di punti di vista.

 

MOVIMENTO 2.Assecondare il fluire, nuotare contro corrente, il fiato che si fa corto, abbracciare la fatica a mani stanche. Non sperare più. Continuare ad accogliere nella fretta e mettere a fuoco sempre dopo. O sempre prima. Giocare d’anticipo per fermarsi dopo ad attendere una resa altrui. Quando verrà un tempo, se verrà. Ascoltare la solitudine, viverla dentro, come un male che ti mangia le ossa, la pelle, brucia gli occhi ma li lascia a guardare. Frantumare le idee. Masticarle in fretta, ma senza perderne una briciola. Mai sfuggente ma sempre in fuga. Veder volar via i sogni, accompagnarli fino all’orlo dell’orizzonte, piangendo. Tenere la mano fin sul baratro e dal baratro salutare con il sorriso, sempre. Anche ridere in faccia alla morte, mentre ti accarezza ringraziarla pure perché ti ha fatto visita. E quanta delicatezza. E quanta premura. E quante belle lacrime e preziose e vere. Il prezzo. Il costo.  Dell’esser nati a vivere così. Stare sempre oltre la linea, in un solco di diversità, nelle differenza netta, quella che si vede, brilla ma poi in fondo non conta. C’è la massa che avanza. E tu indietreggi. Un passo e indietro e uno avanti. A modularli. Sempre in tensione.

 

MOVIMENTO 3.Sei l’ascolto che ci voleva, le parole che servivano, il bisogno a cui si risponde. Altri, altro. Non tu. Loro.

Pozzo infinito di carezze che non hai. E vi anneghi, fin oltre la testa. Ma ancora respiri, mentre affanni respiri. Mai che vi sia un finale a togliere il fiato per sempre. E vorresti cadere ma resti. Ancora. Indefessa. Al massacro a massacrarti. Puoi chiederti ancora. Posso chiedere ancora. Ne hai infiniti di pezzi. È tutto uno smembrare e poi riattaccare. Corpi a brandelli in prestito. Poi si ricuciono. Che differenza fa? Tanto sono i tuoi e ne hai a bizzeffe. E di prestiti non ne vuoi.

Accarezzi la vita come una punizione perenne, come se quei giorni di un’estate fa valessero per sempre. Come se la colpa pesasse su te, sola, da sempre. Atlante. O Oreste. Che differenza fa?

Le colpe dei padri, le colpe dei figli. I figli che vendicano i padri, gli uomini che si accecano. I figli che accompagnano. Come se non ci fosse scampo, fluire se non nella fuga tua e nei tuoi altrove. È la tragedia che studi che entra nella vita, la capacità di problematizzare dei greci, quanto apprendi, quanto sei. Il dono che si fa condanna.

MOVIMENTO 4.A Khiva facevo il bagno al tramonto come a Bukhara. Non m’importava se mi vedevi. Nuotavo. Ero libera. La tua libertà pure nuotava. Nella sua sola direzione. Io nella mia sola dimensione. E ammiravo quanto ci potesse essere di semplice in tanto a un colpo d’occhio così artefatto. Ci ignoravamo quasi, ma ci tenevamo d’occhio sempre. A distanza. Non di sicurezza perché di sicuro non c’era niente al di fuori di noi. Adesso tutto vacilla. Non c’è neppure una bacinella dove immergere la testa e fare un tuffo di idee colorate. Io penso a quel cielo azzurro e all’oro che mi abbagliava. E a quanto mi sentivo completa. Indipendentemente da. E nuotavo. Tu pure. E nemmeno mi guardavi. Ed era bello così. Ignorarsi e di scatto guardarsi. Perché poi ci siamo guardati. E questo non l’ho mai capito ma neppure l’ho chiesto. Ti ho solo guardato e mi sono fatta guardare. E abbracciare sulle nuvole dal caldo che arrivava. Che tanto era quanto bastava. E il bello stava lì. Fra pezzi di blu, oro e lacche che si perdono nell’etere. Ero nell’etere.

MOVIMENTO 5.Ora è tutto diverso. Non si crede all’ascolto e alla comprensione se non per una posa d’istante, amara ogni volta l’acquisizione, è un tornare a quel rifiuto atavico di chi ascoltava e non credeva. Parole come favole d’intrattenimento. Ma era realtà di bimba, di specchi che si frantumavano, di reale che stordiva.

Torni a sentirti come allora mentre con sforzo titanico affermi oggi la tua te e ricevi un no. Allora ti difendi; il no ti orienta da sola, è tutto in un angolo che ti tiene stretta oltre ogni misura. È stare in nel fuoco sempre, ma senza essere mai davvero a fuoco. È accondiscendere triste ad una danza macabra mentre le gambe fremono di swing. È vedere oltre la collina, non dormirci sopra ma aver già vagato col cuore un altrove di distese, fitti alberi e rovi, sempre comunque qua e là rovi, quelli che ci assalgono: le storie che non siamo. Le parole che si dicono, quelle che si scrivono, quelle che rimangono. Quello che ci raccontiamo di essere, quanto diciamo di essere, chi veramente nell’ontologia ci vive: un mostro marino, un’erinni, una chimera? Nessuno? Tutto questo e un uomo. Triste creatura. Misera, meschina. Mediocre. Semplice, complessa, indefessa, affranta. Trafficata come la vita: intensa di fatti, ricca di opinioni, piena di percezioni, vuota sovente di un concreto sentire. Illusa, talvolta illusoria. Umana infine. Fatta di terra, senza ali, arida, pretenziosa. Solo. Sola.

INFINE. Allora ti ho cercato. E tu mi hai dato la carezza dolce che sai. Che sei per me.  E non ho pianto più. Oltre le Alpi, oltre le nuvole mi hai ricordato chi sono. Sulle mani avevi una foto di quello che tu vedi di me, quella che io non so più. Eppure sono.  Mi fido, affido ai tuoi occhi, dopo tanto tempo, come alla tua mano quando era nella mia: così piccola, così dolce nell’accogliermi, così vera mentre non ci chiedevamo in cambio niente. Mi metto a fuoco così come vedi tu, e tu e ancora tu: che intreccio sconclusionato la vita. Quanta fatica il sentire. Ma che bello andarsi a cercare, che mistero infinito di coccole trovarsi. Come nella polvere erigiamo un tempio d’oro, nella vita una carezza sopra le nuvole ci alza dal fango in cui ci siamo gettati. Chi ci ha fatto cadere? Un semplice, atavico istinto malato dettato da un rifiuto di chi non ci ha capito o forse semplicemente non si è incastrato fra le pieghe del nostro cuore e del suo; un cuore, qualcuno che è rimasto impigliato fra le labbra o le gambe, ma senza che sia accaduto di procedere oltre, se non per strofinamento e fuga. Talvolta va semplicemente così. Che le bocche, gli occhi, le mani, le gambe si parlino e il cuore resti muti o parli e poi si ammutolisca di colpo o faccia troppa confusione di battiti a un ritmo che non si segue più.

 E a un certo punto si può solo dire grazie, trasformare lacrime tristi in commozione. Per il miracolo che è stato, per il miracolo che è sfiorarsi in un istante e poi tornare alle nostre rocche, ai nostri difetti, alle nostre certezze. Per procedere leggiadri, per permettersi di essere, per un nuovo battito all’unisono che verrà.

 E ancora andare infatti, sempre soli, ma andare. Più leggeri, più veri perché centrati. Fino al prossimo capitolo.

E al prossimo grazie ci sarò. Ci sarai, chiunque tu sia sconosciuto che per un istante mi hai visto, non solo attraversato. Occorre perdersi dentro di sé per ritrovarsi fra le carezze di altri, sconosciuti, improvvisati, che ricordano non una posa ma un’essenza: ripercorrersi in questi ritratti, mettersi di nuovo a fuoco per catturare la luce. Incontrarsi. Trovarsi. Amarsi ancora. Dal bilico sull’orlo della paura alle scarpe nuove che sono ali per seminare strade nel percorso della vita, di sé. Nel silenzio, nella solitudine. Nell’essenza di quanto frastuono armonico ci si è fatti perché si era, e finalmente si è.

 

[Pensieri come un monologo a più voci, distribuiti in movimenti con una fine che è un incipit. Un inizio anno che è un percorso a ritroso per trovare nuova strada da attraversare.

Foto di copertina di mia mano, mentre mi perdo a Palazzo Blu in J. Sima, Doppio Paesaggio, tempesta elettrica: una presa di coscienza fra sfumature, contorni, doppi sensi e significati, Sturm und Drang e sete di trovare, trovarsi. ]

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Dichiarazioni d’amore e d’intenti. From Rome to Love

È Roma. Inverno. E piove.

Non ci sei.

Hai lasciato i tuoi passi,

forse anche qui.

Non li trovo,

ma ti percorro.

Piano piano al mattino,

ancora alla sera

ti attraverso:

l’ultimo e il primo pensiero,

quanto non sono io.

È Roma. Inverno. E piove.

Non hai lasciato nulla dietro,

neppure un biglietto sul comò,

una carta sgualcita,

un capello caduto.

Non trovo niente

Ma tutto mi riporta a te.

Parla e dice quanto non sei,

Quanto non sono in te.

 

Poi tornerò sul lungotevere Sanzio

A sorridere di una grattachecca

A sentir ridere la sua voce

A non contare i miei passi

Ma lasciarli andare a fianco,

Avvolti in un sorriso che si apre

Più, più e ancora di più.

Ma ora è vuoto e niente.

Pienezza di questa tua assenza.

Pienezza di prospettive differenti.

Pienezza di passi che vanno ancora in cerca.

È Roma. Inverno. E piove.

Attraverso questa città che mi accoglie

Non come in fuga da me

Ma al riparo dalla ferita:

Quanto non sono riuscita ad esserti

Quanto non sei riuscito a volare dentro

Eppure neppure altrove.

Quanti inganni in questa vita,

neppure loro che suonano

di fronte a Castel Sant’Angelo

sembrano felici.

Chissà se ci sei passato poi,

anzi sono sicura di sì:

eri con me allora,

nella testa, non a fianco,

i tuoi piedi cadenzati come passi

che solcavano la città,

come vederli adesso.

E invece ora cammino io

Sola, sul ponte,

fra angeli silenziosi

che osservano il mio incedere.

È apparso un po’ di sole.

Quasi ci credevo

Ma poi mi sveglio d’incanto:

anche questa volta non era per me.

Accadrà di nuovo, lo so:

non grideremo più al miracolo.

Attraverseremo la città,

questa città,

mai stanchi,

sempre pieni di luce,

anche se è inverno, anche se piove,

solo perché è Roma.

Ed è abbastanza,

indipendentemente da cosa io sia,

da chiunque tu sia:

desolata, desolato, desolanti.

Sarà Roma. Sarà pure inverno. Sarà pure pioggia.

Fine o densa ci proverò,

ci proverò a stare dentro questo colore di calore

che vorremo dare alla vita:

ci proverò a sbilanciarmi senza perdere equilibrio

ci proverò a portarti qua con i miei passi,

davvero a fianco, non per mente  o esercizio

ma per cuore, sentire, esserci.

Sarà primavera, sarà estate, sarà autunno:

una bella ottobrata romana su all’Aventino

e i nostri passi felici e la tua mano nella mia

e gli occhi che ridono, miei, poi i tuoi.

Insieme, “or congiunti, or disciolti”.

Pioverà, forse, sarà una corsa a ripararci,

forse in un bacio o in un abbraccio,

poco importa:

Santa Sabina sorriderà.

Poi giù in discesa, come per gioco:

la pioggia non risparmia nessuno,

le lacrime neppure.

Ti porterò all’occhiolino, chiunque tu sia,

o mi porterai tu, di corsa in un taxi, come di sorpresa,

e poi un bacio al volo

e il teatro di Marcello come di sfuggita.

Posso amarti solo così: distante, vera, fulminata nello sguardo.

Potrò amarti solo così: se indugi in questo amore di bellezza pieno,

se senti queste lacrime di commozione per un niente,

se la pioggia non ti spaventa,

tanto meno un ponte romantico da solo

col cuore di piombo che si fa leggero

solo per un cielo.

Sarai così, ovunque tu sia.

È Roma. È inverno. E piove.

Ed io ancora qui sono, a me sono.

Tu non so. Ovunque esisti.

 

[La foto è mia, di fine novembre, in una mattina di sole, mentre le gambe chiedevano solo di andare]

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Pensieri in Viaggio

Siamo fatti di stazioni, di buoni intendimenti che stentano a diventare partenze, di addii pianti ad un binario morto, di uno slancio che non ci fa più voltare indietro.

Siamo su questa banchina fermi ad aspettare un nuovo inizio che serva a scrivere un finale che non viene, pronti ad attraversare binari di felicità, incerti nelle provviste per questo viaggio nuovo, ma senza dubbio pronti ad andare.

Ho i piedi che fremono, la testa piena di pensieri che sono ricordi conclusi contro ogni aspettativa, sogni che sono obiettivi sinceri e fremiti che mi spingono ad un dove che so mi pretende.

Attraverso ancora questa linea che so confine già in qualche modo passato, digerito, e sto dentro questo groviglio di emozioni sapendomi realmente pronta, mai incerta nell’incedere, sebbene il dubbio ad ogni dove mi chiami e risuoni nelle tetre stanze di me.

Eppure anche nel buio filtra luce, anche nella stasi si fa spazio il volo: attraverso le tue parole ed i tuoi abbracci ad ogni risveglio, mentre so che non posso trattenermi se voglio essere, mentre so che non puoi a me tornare se vuoi esserci per te.
É un logorio che lascia pace, esperienza di vissuto mai a singhiozzo, che è come mangiare gustando, in pienezza.

E vivo così oltre i limiti, ma nei limiti, nell’attesa di niente, eppure pronta a tutto, a concedermi la gioia di provare ancora e ancora andare: irrefrenabili le gambe, inspiegabile il bisogno di altro e altro ancora, non per sostenersi ma per incontrare e sperimentare.

Non per bisogno ma per essenza.

Grazie a te che da tempo ormai mi hai lasciato la via sgombra, pulita, da attraversare senza un bagaglio d’ingombro.
Grazie a me se comunque tutto procede, nelle coincidenze che perdo, nei voli d’amore cancellati e disattesi, nei ritorni che non decollano, sui binari disconnessi che attraverso trovando nuovo equilibrio.

C’è un tutto in qualche modo stabilito che mi conduce dove non so: a tratti la paura alcuni sorprende, io so che il viaggio è in me, seppur ignoto.
E l’ignoto delizia questa me, come trovarsi privi di trappole e a un tratto da tempo sull’orlo del burrone urlare la felicità. Senza catene, privi di ali pronti a buttarsi ovunque che sia. Urlare la vita, in un sorriso fatto di cicatrici, speranze disattese, vani approcci, abbracci che si chiudono.

Urlare nella felicità di sé un dolore che ti ha attraversato, ma non ti ha vinto e sapere che ancora si va, sempre più oltre, sempre più feriti eppur sorridenti. Sorrido anche oggi in questo risveglio senza te, chiunque tu sia, pronta a farmi spazio ancora fra la gente, a ritrovare i miei occhi limpidi, brillanti, a urlare la mia vita in un silenzio carico di quante me mi attraversano e trovano spazio, equilibrio, accordo sintonico.

[Appunti sparsi fra una stazione e su un treno, in viaggio verso una domenica di passi in città a mescolarsi fra la gente, in uno spazio di ricordi che sono dolcezza e trovarsi in divenire. La foto così come i pensieri è mia: stazione di Firenze Santa Maria Novella, luogo di attese, partenze, saluti comunque scambi, più di tutto incontri]

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Dell’Oriente che mi preme.

  1. IN TRANSITO

La leggerezza in uno zaino, la forza nella testa, l’emozione della solitudine in sintonia con altri occhi: sperimentare ancora del mondo, di sé un ignoto che attrae. Sto serena solo qui: in questo bisogno appagato di spazi nuovi e genti diverse, sicura che non serva altro e che nessuno mi percepisca come sa.

Vedo quei due poveri ragazzi, avvolti in una specie di promessa tacita, che ahimè non sanno se e come amarsi e continuano a rovinarsi la vita in nome del bisogno di carezze. Io volo via a cercarle nel vento e sperare in un sonno che mi svegli lieve, a credere in una sorpresa che vivrei con ansia, angoscia eppure vorrei. A ricordare la tenerezza di un incontro fra ignoti in un abbraccio fra nubi leggere. Vorrei non vivere di sguardi fugaci, illuminazioni inutili da frustrare il secondo dopo; preferirei forse l’accontentarsi di una carezza gentile e non la ricerca di quanto penetra e sconquassa, vorrei non Saffo ma un semplice ellenismo di maniera non pervadermi ma riuscire quanto meno a comprendere. E così ora volo nel posto dei barbari, là dove lei che era diversa finse di amalgamarsi (spero di capire ed esser capita), fu data alla vita e poi salpò. Da Medea vado a placare per un istante questi occhi malati di ovunque e bellezza e ricerca di Altro, straniero e distante, lontano. E attraverso Istanbul al volo, con un groppo in gola, a un soffio dal riprendermi, a un soffio da toccarmi.

 

  1. ATATURK

Confusione ordinata e non, che ti accoglie come in un bazaar, gusto vita dai vetri e luci di quello che so oltre questa struttura e ricordo come un sogno vago che un giorno ancora toccherò. Istanbul è giocare a farsi il solletico con un bambino georgiano su un tapis roulant, incontrare sguardi e sognare un’attesa di manicure, è incontrare occhi orientali che ti guardano per la prima volta con il sogno di un “per sempre”. È bere acqua come di una sete atavica.

 

  1. MESI DOPO, IN RETROSPETTIVA O MEGLIO PROSPETTIVA

Un giorno capirò anche questa ansia d’Oriente: questa luce che si riflette in tramonti bellissimi, questo senso di andata come se fosse un ritorno, questo bisogno di respirare un’aria che nulla ha di me eppure mi dice tutto. Un giorno, senza neppur troppo indagare, capirò perché la dolcezza di un muezzin che richiama a un rito che non conosco e attenta osservo,  e perché le luci sul Bosforo o ancora la yurta nel deserto di steppa.

Un giorno capirò anche che cos’è stato incontrare braccia delicate da sopra le Alpi così straniere eppure così vicine. Capirò poi cosa significhi un giorno di pioggia nascondersi dietro un ombrello per farsi carezze in un luogo desolato del mondo o ancora porterò dentro l’abbraccio di Piazza Registan all’alba con le luci come fosse poesia sparata nel cielo, e gli occhi piccini dal sonno ma grandi abbastanza per sgambettare festosa.

Un giorno capirò perché questa felicità a singhiozzo che si coglie in terre, abbracci, tenerezze sconosciute, lontano dalle radici dove finalmente spiccare il volo. Ancora oggi a boccate grandi è aria che riempie, gonfia il petto e rende soave il pensiero.

Volare via come un ritorno a sé, una pace che si fa spazio in un cuore che ha tormenti appagati specchiandosi in un cielo.

Partire non per trovarsi ma perché si è già là, insindacabilmente privi di ogni sovrastruttura o inganno, nessun malessere e un appagamento che va oltre ogni costruita certezza.

A volo spiegato si deve andare, senza ali tarpate e senza sogni che impiglino.

Alle ali che si spiegano, alle interpretazioni che non servono più, al sentire che fa luce, ai miei blocchetti di viaggi pieni densi di parole ed emozioni, ai risvegli gualciti in alberghi sconosciuti, agli autobus che corrono su strade sconnesse, alle posizioni più improbabili tentate per affrontare lunghi spazi in deserti sconsiderati, alla reflex pronta a catturare istanti che non sono mai belli come si vissero, al cielo turchese dell’Uzbekistan dove mi sono conosciuta “fibra dell’universo”, in una risata composta ma non costruita, agli occhi che hanno sete sempre di cielo, per vedere ogni giorno una nascita di sole nuovo: a tutto questo grazie per avermi trovata, accarezzata, custodita, accolta e resa parte di un mistero che è quello dell’essere completamente, eternamente pieni di sé nell’ hic et nunc. Senza bisogni, pregiudizi, stanchezza, ma pronti a farsi carico con gli occhi di quello che c’è e con tutti gli altri sensi pure. Di vita che profuma di spezie lasciarsi riempire, non perché si è vuoti, ma perché già si è.

E andare incontro alla prossima meta, con la stessa adrenalina di luce, le gambe pronte a correre verso, la paura dietro alle spalle, l’esperienza non come scudo ma come risorsa.

Senza cercarsi incontrare quanto già si è, senza interpretarsi sapersi. E non attendere né pretendere, ma andare incontro a ignoti sorrisi col volto carico di chi non sa ma comunque può.

In questa foto di me potrei fermarmi, abbracciarmi, sorridermi, appagarmi, ma non rimango perché so che lì a breve di nuovo sarò.

Lascio spazio ai chilometri di tempo che si frappongono fra me e la prossima avventura, e mi coccolo nel respiro lento e accattivante di quanto si esaurisce senza perdersi mai.

Una vita diversa, una vita che c’è.

E arcobaleni immensi sulle macerie di sé: non è ritrovarsi, ma riconoscersi, sempre. Nei dettagli, nelle intenzioni, nei bisogni, nei sorrisi semplici che vengono alla luce senza false illusioni o lunghi, frastagliati percorsi emotivi.

Nel silenzio stare, nel silenzio andare. Da soli stare, da soli andare.

E lasciare spazio perché accada, qual che sia vicenda, emozione, sensazione: assaporarsi.

Con gusto, senza intenzione. Quasi per caso, ma in pienezza di sé. Ovvero in libertà estrema. Dolcissima.

 

[Appunti sparsi di fine marzo, e di una giornata uggiosa di inizio novembre, recuperando ricordi, preparando nuovi itinerari, in cerca di spazio e luce. Foto di mia mano, Samarcanda, estate 2017: un  tuffo al cuore]

 

 

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Di un volo fra le mani

Respiro il silenzio: finalmente mi dà pace. Nessuna gabbia intorno, solo incontri o incastri del caso e  lasciarsi cogliere.  Non ci sono regole nel sole, ma un’isola che non delimita.

Abbandono un suono e le mani si fanno leggere; l’inizio, la fine: la stessa paura ma non lo stesso sapore.

Il viaggio che si compie, la testa che pur andando per un attimo si ferma, ritrovare un calore che non è inganno, ma verità e osare il coraggio di saperselo dire.

Eppure le parole non ti bastano né gli sguardi né gli eventi: tutto sovrasta le occasioni che si fanno vuoti a perdere e perdersi.

Mi accarezzi col cuore con l’idea -non so quanto feroce- nell’intento del distacco-non so quanto affaticato- da un’incapacità di oltre.

Fletti. Respiri.

Non trattengo più nulla, neppure gli umori di me mi sorprendono.

È il prezzo della libertà l’abbandono.

E mentre ci si coglie scappare: ovvietà disillusa.  Favole al rovescio, finali d’appendice.

Un ritorno che mi racconto per salvarmi le spalle, una poesia che incanta, ma in questa storia non farà musica, non adesso, chissà se esista un poi.

Rilascia le parole se ti sembrano leggere. Rilascia il tuo sorriso se ti arriva là dove lo percepisco.

Respiro le tue lacrime e non è il mio corpo che accoglie per una volta: osservo ma ci sono, coinvolta, distante, sulla mia rocca, dalla mia rocca abbraccio. Perché?

Le mie lacrime le conosco, non spaventano, il dolore l’ho bevuto da sempre, a sorsi grandi e ora piccoli, un conoscersi nella tempesta di sé, un tornare là dove qualcosa non è andato per proiettarsi, ali su ali, incontro a quanto saprà andare. Un giorno che sembra un miraggio, eppure è stato e sarà: darsi speranza, crederci, vivere. Essere nell’istante. Centrati, veri, vivi, pulsanti di bagliori e ombre, per far luce e spegnere. Quando viene, come viene, se va.

È un incontro di cuori che sanno parlarsi ma temono le parole, un linguaggio  che non si sanno spiegare e matite da varietà infinite di colori.

E nel bacio resto, nella carezza indugio mentre ti conosco. Io mi so, pure fin qui e oltre. Temeraria forse, sciocca a non portarmi in salvo. Non potrei esser differente da come m’improvviso. È qui che mi riconosco: mentre oso e non delimito. Non servirebbe, non aiuterebbe, mi ritroverei sostanza vuota alle emozioni e calice di dolore in un finto patire. Allora resto. Non fuggo. Non calcolo contraddizioni, vengo vera come esisto e so.

Se saprai tenermi. Se vorrai trattenermi. Se saprò lasciarti andare allora là sarà di nuovo mano e respiro e un ritmo uguale nell’accordo di toni diversi.

Ora non chiedo né pretendo né spiego né indugio.

Lascio silenzio e tempo, consapevolezza negli occhi e poche parole che stanno lì, buttate sopra macerie ma fuori dal dubbio, in quanto di certo il mio silenzio osservante dice.

Non è fatica, non è paura, non è coraggio: è solo esser così come viene e va.

Se duri non saprei, provarci sempre, con o senza coraggio ma nell’esserci.

Però  agli dei i destini, agli uomini le scelte. E un dolore comunque e un calore ovunque. Contraddizioni dell’esistere. Famelico ingiusto l’esistere. Ma vero nella sua assurdità. Come gli dei vogliono, come gli uomini scelgono. Fili, trame, insulse categorie.

 

[Da una spiaggia al tramonto, in un’isola dolce e amara, abbracciando luce, rilasciando luce nella ferita della bellezza.

Foto di mia mano, con la tipica inquadratura sbilanciata come la vita, da Nonza in un momento diverso che pure parlava tanto di simile.]

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Il Cambiamento o delle nostre paure. Notturni del cuore.

 

Seduta sul letto, è notte: abbraccio il cuscino e già lo respingo. Sei tu, rabbia repressa di quanto subii: un ascensore che segue il piano e vuoto si apre, nessuno alla porta, è notte e ancora non torna.

L’attesa degli altri, mai quella o pretesa di me, da me.

Saffo d’altri tempi mi definiresti, ma misera e derelitta mai, accanita e premurosa a un tempo sempre.

Accumulo ferite: indistinte le vecchie e le nuove, tanto il dolore ha sempre spazio, e la felicità è un altrove di pensieri.

Si fa giorno: gli occhi tornano rigidi, poi morbidi, comunque intensi.

Ho lottato fra le lenzuola, spossata ho cercato di me anche l’ultimo respiro d’affanno.

Cosa ho trovato?

Tutte le assenze, i bisogni non corrisposti, l’amore taciuto poi richiesto indi negato l’ho attraversato in tutte le sfumature.

Cosa rimane?

Una guerra di rughe, un cuore sconquassato, un sorriso nuovo da mettersi sul volto al mattino, la speranza di una carezza che verrà. Che basti, forse, ma non è dato conoscere, inesorabilmente mai.

Si procede brancolando anche nell’ovvietà d’intenti. E tutto si fa inutilmente complesso nella facilità d’un istante che era soffio leggero.

Poi accade un vortice di corpi e mi prende ancora quell’essere nel centro , non più è assente la dimensione di me, ma trovo pace nel cogliere quanto va oltre ogni supposizione.

Accade un niente di lacrime, poi grida, respiro: si tiene stretta la vita sulla vita, a un passo dal comprendersi,a un attimo da allontanarsi, nel meccanismo dolce di un’altra notte che stupisce e parla di assenze presenti e di presenze assenti, ovvero muoversi sull’altro con l’altro.

Basterebbe solo in quei deliqui sfiorarsi per tornare alle mani con le mani, dalla testa sul cuore, dalla ferita alla cura.

Nella stasi, nel moto, nella paura comunque s’incede: terrorizzati, vivi, frenetici, talvolta felici. Eppur veri, come una cartolina che sa di mare d’inverno: sorridente e malinconica assieme, nella bellezza che solo si sfiora, aspettando che torni, se lo farà.

Un inganno, un mistero, niente di certo, eppure sta là: che siano pensieri o vortici di vita in qualche modo succede e cambia. Qualsiasi cosa sia, è.

 

[Il tramonto è di una sera di inizio giugno a Siracusa, i pensieri sparsi da un altrove di tempo e spazio, fra testa e cuore in forma di parole]

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