Dentro un’altra citazione

Rumori di primavera

Ritrovare il mio ritmo

Sentire nell’aria l’odore del bello:

ecco, ora non accade.

Ripercorrere con te la distanza che separa

E senza timore,

oltre il confine incedere

Lasciarsi affiancare

Abbandonare spazi da determinare

Ritrovare fiducia

in un abbraccio che tutto dice

Aspettare aspettarti aspettarmi

Sì, aspettarmi,

proprio ora che rallento

E perdonarmi

per questo incedere differente,

a singhiozzo. A fatica.

La posa di me non convince più

E stanca la mente implora a me pietà

E nuovi passi che non semplici marco.

Accettare accettarsi accettarti:

sta tutto in poche note

E in ore che si raccontano

in un fiume di pensieri

raccolto in un’immagine:

la notte, il silenzio, non dirsi una parola

ma stringersi forte sconosciuti

E solo sentire

che si è lì dove

non si credeva

poter accadere.

Taciturna mi cerco

in queste pieghe di me

sovrastando gli eventi

che pure premono e schiacciano

a tratti

si vince, si perde

non importa più

Importa percepirsi

Nelle proprie insicurezze

Ansie, frustrazioni, dolori

E dare voce a tutto

Non solo alle felicità

Presunto equilibrio distrazione.

Lasciar vuoto al vuoto,

pieni gli altri di gonfie scartoffie,

Moine, ridicoli tempi

E miseri inganni.

Qui a piedi nudi e mani tese

si brancola

ma attaccati alla terra.

E continuate nell’inganno

se pure vi piace.

Qui per fato divenuto scelta

doloroso, sovente titubante

eppur consapevole al varco

Necessest

dar voce ad ogni nota di sé,

farla vibrare,

ritrovare una luce

Anche

                                                                                      d’elegante oscurità.

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Quid [sine nomine].

L’abbraccio e la spinta,

Perder per un istante

La misura da sè,

di sè,

Trovare la parola spietata

di chi ti guarda negli occhi

e riconosce chi sai.

Amare anche quest’incertezza,

Invocare un perdono da sé,

Accarezzare la paura

e stupiti trovarsi scampati,

Andare incontro ancora

ma saper poi tornare.

E Dove?

 

 

 

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Ad un pensiero che torna

E vorrei per una volta esser io quella  che rimane,

eppure poi fuggo,

non mi fermo

ché temo la passione

e concentrarsi oltre quello che mi va.

Lo spavento che mi prende,

il fallimento alla porta,

le bollette insieme

e un acquario di sogni che svanisce…

Allora l’istante, il tumulto,

questo dolce sottile

cercarsi e intuirsi

senza cogliersi mai.

Aspettami, se mai arriverò

sarà dolcissimo comprendersi,

eppure penso che siano grovigli di pensieri

a separarci oltre un mai

e una dichiarazione che non procede

oltre gli sguardi,

e si ferma premurosa per il disturbo

e accarezza solo:

manca la fiamma che brucia e spezza il respiro.

C’è, oltre gli altri,

questo indelebile rimanere sospesi come a un filo,

non i pensieri

ma il pensarsi ed esserci

e sintonie d’incanto.

E stanno appese come voglio

ché coglierle non so, non potrei,

m’imbarazza e lega a un dove

che mi divora e respingo.

Perdonami se non so invitarti,

ma solo sorridere e rimandare.

Perdonami se non ho la responsabilità

di un incontro che sia azione decisiva.

Perdonami se indugio

in questi ritmi sospesi del cuore,

ma è l’ abbraccio più vero che mai potrei

permetterci.

Eppure ci siamo:

veri onesti e sinceri,

di sostanza.

In un effimero stagliarsi oltre la vita.

Sogno e realtà in un istante si coglie:

non accadere è un bene che abbraccia

quando lo si sa.

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Quasi novembre

Nebbia: si perdono i contorni e non sempre è un male, soprattutto per chi, come me, è così definita e definitiva.

Ti ascolto mentre parti e navighi fin dove vorrei incontrarti: sarebbe scontro, incerto inciamparsi che sul mio volto trasalirebbe d’un tratto con gli occhi che tu sai, che voi altri sapete.

Io eppure non li vedo.

Sapresti fermarmi mentre vago fin dove io voglio? È incerto quest’attimo di mesi in cui ho dato respiro a quanto non conosco e diverso da me: accarezzavo sfuggente per il gusto d’indagare e poi divenne altro ancora che non seppi.

È la nebbia che mi avvolge eppure non affogo: strizzo gli occhi ad incontrarti, se per caso ci sei, eppure l’orizzonte di fatti è vasto, ma ora non li aspetto, tanto meno li pretendo.

Lo stupore del divenire, l’incertezza di come esserci, sapere questa volta non la misura, ma di esser capaci di misurarsi, non limitare né delimitare ma aprire spazi che non sono varchi ma semplici mani che vanno incontro: è tutta questa magica atmosfera che mi sorprende, che imparo, che nuova mi accarezza.

Ignoto dietro le nubi che non son tali: solo arcobaleni di colore differente, il grigio anche lui ha i suoi diritti, e plumbeo poi si cambia in fretta, ma aveva il suo perché.

Cambia il punto di vista, non si sposta l’ equilibrio, l’ intesa spaventa eppure si dà. Procede lenta e non logora: è l’atmosfera che pervade l’intorno quando dentro non è il sereno che non potrà essere mai, ma è la capacità dell’incedere nuovo in spazi non commisurati.

Rallento, mi raggiungi? Chissà.

Ma non ti aspetto eppure non accelero.

Accade un ritmo giusto che ci illude a un tempo mentre fingiamo le nostre vite, affaticati nel mondo.

È il pensiero che vola oltre mari vasti e montagne imperscrutabili:

un mistero l’incontro, il cercarsi di più.

 

[Un pomeriggio o una sera, da qualche parte, per strada, pensando gli incontri stravaganti, attesi, temuti, inevitabili]

 

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Ultra. [Appunti da un viaggio]

All’orizzonte niente: solo io e questa me. E steppa, cielo chiaro, e giallo di polvere e celeste, ancora celeste, non una nuvola e sprazzi di verde e fili di cotone che verranno e tu che appari e scompari. Sarebbe stato perfetto e invece non è, ma è così che adesso ci voleva. Questa dimensione giusta, questo respiro che non corre, quest’affanno che non c’è.
Se guardo in un sogno vedo me ancora così: zaino in spalla, gambe accavallate in grembo, braccia aperte a cogliere un mondo, ma mai chiusa in un abbraccio che pure mi tenta.
Mi catturo in questo pensiero, in questa immagine di me che vola altrove, verso spazi più aperti, che fugge un po’ da chiunque per tornare in fondo da chi conta, ma con occhi nuovi. Eppure questa volta è diverso: mi sono spostata più avanti, e ho scoperto che l’equilibrio non mancava, strade di polvere e buche non mi hanno messo alla prova: mai nausea o sensazione di straniamento.
È tutto nuovo: il sole, il cielo, questo turchese che mi abbaglia. Anche il corpo lo percepisco leggero, snodabile, indefesso. Eppure sono io: qualcosa di me che avanza dentro ma non mi logora, mi appartiene e finalmente prende campo. Consapevolezza che arriva. In fondo c’è sempre stata ma ora è così: attraverso questo passo standoci dentro come se non ci fosse spazio per altro, sto ferma in questa foto di me, pronta per un viaggio che è occhio interiore, ma ferma sull’oggettività. Sto fuori a un passo e dentro al punto giusto.
E lascio correre: i chilometri di polvere, questo sguardo che sento curioso alle mie spalle, l’ebbrezza di una novità continua… e poi è un attimo scoprirmi curiosa più di sempre nell’andare oltre. Succede tutto veloce, ma è il ritmo giusto. Mio.
Tornerò alle cose di sempre, agli sguardi che conosco, alle carezze leggiadre che da tempo so come posto comodo che mi aspetta; eppure adesso, per questa volta, sono qui e solo qui come non accadeva da quanto, come sento che vorrei durasse per sempre. Ma per sempre non esiste ed è ora che mi preme.
E fisso fuori dal finestrino questa steppa mentre penso che è dolce sentirsi accarezzare da questo cielo e non aver bisogno di niente. E lenti scure nascondono lacrime a piccole dosi, dolcissime, composte. No, non è tristezza o paura, come giorni fa quand’ero all’inizio di tutto: ora è commozione, respiro incredulo di fronte al miracolo che avviene dentro, in questa vertigine che mi muove lasciandomi in stasi. E non cerco abbracci antichi di certezze. Perché non c’è nessuno: ci sono io e c’è tutto. Bastarsi. Fin dove esattamente volevo arrivare. Eppure non lo sapevo, o forse sì. E ho visto oltre: questo oltre sconosciuto che cercavo senza sapere eppure mi logorava. Succede che c’è, esiste. E mi commuove.

Mai pronta a tornare ripartirò, per andare indietro ma non troppo. Ora che mi sono spostata avanti non si può. Ed è una sensazione bellissima, come rinascere dalla propria testa e dal proprio cuore e accarezzarsi di continuo, come cullare le proprie ferite senza esibirle come stendardo, ma amarle perché sono di te le macerie più forti. Non è presto né tardi: è ora, qui, adesso.

E sono io, compresa in queste me, abbandonata qui, senza un appiglio, un palliativo, un diversivo: gettata come volevo: nel caos di un miscuglio a fare i conti -bellissimi- con quanto non succede più. Ed era ora l’ora.

Di una bellezza assordante questo silenzio  in me, di una compostezza estatica questi confusi chilometri di sole, polvere, cielo e cotone. Un miracolo dolcissimo questi sconosciuti indefiniti personaggi da cui mi sento compresa nella mia composta distanza.

Un mistero che si rivela in piccoli gesti questo viaggio e sopra tutto, sopra noi, sopra me, questo cielo che con cura delicatamente mi ferisce con la sua morbida altezzosità: un abbraccio continuo, non richiesto, non consolatorio, schietto, vero, sincero.

Ed eccomi qui: sfacciatamente me, adesso, ora, nel momento.

[Agosto 2017, Uzbekistan: incontro a qualche meta, fra Khiva e Samarcanda, in un giorno di sole e steppa]

 

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Esegesi del Sé.

 

 

 

Vivo di incipit

&

Conclusioni che sono rimandi

 

Note al testo che dimentico di comunicare.

 

 

Riscrivermi: ovvio.

 

Accolgo la lezione

ma il refuso non convince

E il testo rimane zoppo.

 

 

Diverrà poesia?

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Inno cletico rivisitato. Ai più, ai pochi. Ovviamente a sé. Ai sogni e alle speranze: maledette Sirene che braccano.

Ho comprato dei tulipani.
Sia mai che riescano a darmi quel sollievo
che non giunge da te, da voi, da me.
Chi siete? Chi siamo?
Quale peso gli eventi?
Dentro, fuori, intorno
convulsa confusione
e morde a tratti questo mio sentire.
Allora ho comprato i tulipani.
Ancora, di nuovo.
E ancora aspetto che sia la vita a sorprendermi,
in fondo un cuore, il mio, che sappia diverso
dipanare quanto mi si svolge agli occhi.
Ma questo ritmo nuovo non viene
e quanto di vecchio ha colpito rimane fermo,
blocco di cemento che preme ai precordi.
Dovrei lasciarmi stare,
in un angolo abbassare di me
le ferite più crude,
lanciarmi in un vuoto di sensazioni
a cercarne di forti,
non nell’essenza ma nel momento.
E invece sto ferma qua,
regina di pretese e maestra d’esitazioni
che si trasformano in addii,
regista di previste perdite di tempo,
inquisitrice dell’altro
in un gioco malato alla ricerca di quanto non va.
Molle, semplice, ingenua,
temeraria negli incontri:
mi vorrei così
eppure non giungo.
Afrodite mi è avversa, lo so, e sento.
Avversa l’occasione, pure.
Lo so e sento, anche, ancora.
Favorevole sempre il dubbio
e il pensiero che fagocita semplici momenti.
E tu, chiunque, manchi il momento
e sferri occasioni perdute
che traduco in dinieghi
e fughe e pesantezze di mente.

Vieni tu, Cupido dagli occhi feroci
a colpire una freccia che vada verso
dove c’è da carpire un secondo,
vieni Opportunità
a sciogliermi questo velo nero dagli occhi
e Apollo tu pure
a illuminarmi un sorriso
che sia di durata perenne,
senza che gli occhi di questo piglio sprezzante
continuino a farsi portavoci a staffetta.
Vieni, Ade o Proserpina, se credi,
a salutare quanti da tempo andati affollano la testa
e non lasciano spazio e possibilità,
conducili con te per sempre,
ché non arrangino più le mie occasioni.
E vieni Poseidone, ninfe del mare tutte
con brezza sottile d’onde e spruzzi senza tempesta
a pulire questo volto dalle lacrime che non scendono.
Voi no, ninfe dei boschi e Amazzoni
lontane restate ché già troppo e da tempo
mi siete appassionate compagne
e di questo un tutto si è fatto maschera
che a fatica mi stringe e determina.
Lasciare spazio, lasciare respiro:
i fiori, la luce, i colori accesi,
il cuore che non preme
ma solo si distrae da sé,
quanto di vario che giunge inutile
eppure senza spessore che blocca,
gli occhi che vedono per una volta
non oltre ma in superficie.
Il dono mediocre,
senza la sfumatura del dettaglio,
l’attesa distratta.
Una comune, crudele normalità.
A questo, per questo vi prego.
Ora, adesso, poi.
Lo sento, lo so:
non ci sono Dei in ascolto.
Io sola ancora:
con me, su me, per me, contra me.

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