Esegesi del Sé.

 

 

 

Vivo di incipit

&

Conclusioni che sono rimandi

 

Note al testo che dimentico di comunicare.

 

 

Riscrivermi: ovvio.

 

Accolgo la lezione

ma il refuso non convince

E il testo rimane zoppo.

 

 

Diverrà poesia?

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Inno cletico rivisitato. Ai più, ai pochi. Ovviamente a sé. Ai sogni e alle speranze: maledette Sirene che braccano.

Ho comprato dei tulipani.
Sia mai che riescano a darmi quel sollievo
che non giunge da te, da voi, da me.
Chi siete? Chi siamo?
Quale peso gli eventi?
Dentro, fuori, intorno
convulsa confusione
e morde a tratti questo mio sentire.
Allora ho comprato i tulipani.
Ancora, di nuovo.
E ancora aspetto che sia la vita a sorprendermi,
in fondo un cuore, il mio, che sappia diverso
dipanare quanto mi si svolge agli occhi.
Ma questo ritmo nuovo non viene
e quanto di vecchio ha colpito rimane fermo,
blocco di cemento che preme ai precordi.
Dovrei lasciarmi stare,
in un angolo abbassare di me
le ferite più crude,
lanciarmi in un vuoto di sensazioni
a cercarne di forti,
non nell’essenza ma nel momento.
E invece sto ferma qua,
regina di pretese e maestra d’esitazioni
che si trasformano in addii,
regista di previste perdite di tempo,
inquisitrice dell’altro
in un gioco malato alla ricerca di quanto non va.
Molle, semplice, ingenua,
temeraria negli incontri:
mi vorrei così
eppure non giungo.
Afrodite mi è avversa, lo so, e sento.
Avversa l’occasione, pure.
Lo so e sento, anche, ancora.
Favorevole sempre il dubbio
e il pensiero che fagocita semplici momenti.
E tu, chiunque, manchi il momento
e sferri occasioni perdute
che traduco in dinieghi
e fughe e pesantezze di mente.

Vieni tu, Cupido dagli occhi feroci
a colpire una freccia che vada verso
dove c’è da carpire un secondo,
vieni Opportunità
a sciogliermi questo velo nero dagli occhi
e Apollo tu pure
a illuminarmi un sorriso
che sia di durata perenne,
senza che gli occhi di questo piglio sprezzante
continuino a farsi portavoci a staffetta.
Vieni, Ade o Proserpina, se credi,
a salutare quanti da tempo andati affollano la testa
e non lasciano spazio e possibilità,
conducili con te per sempre,
ché non arrangino più le mie occasioni.
E vieni Poseidone, ninfe del mare tutte
con brezza sottile d’onde e spruzzi senza tempesta
a pulire questo volto dalle lacrime che non scendono.
Voi no, ninfe dei boschi e Amazzoni
lontane restate ché già troppo e da tempo
mi siete appassionate compagne
e di questo un tutto si è fatto maschera
che a fatica mi stringe e determina.
Lasciare spazio, lasciare respiro:
i fiori, la luce, i colori accesi,
il cuore che non preme
ma solo si distrae da sé,
quanto di vario che giunge inutile
eppure senza spessore che blocca,
gli occhi che vedono per una volta
non oltre ma in superficie.
Il dono mediocre,
senza la sfumatura del dettaglio,
l’attesa distratta.
Una comune, crudele normalità.
A questo, per questo vi prego.
Ora, adesso, poi.
Lo sento, lo so:
non ci sono Dei in ascolto.
Io sola ancora:
con me, su me, per me, contra me.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Immagini distorte, sussulti, monologhi: interiora/exteriora.

Sono un pagliaccio

incarnato

corpo e mente

di femmina solitaria e inaddomesticabile.

Volenterosa eppure di

domestici accadimenti

rudimentali carezze

semplici attenzioni.

Sogno essere una principessa

che qualcuno salvi da sé

in questa pesantezza di ore

e pensieri temerari

e timendi

a cui tendo la mano.

Eppure non so,

ora che valuto ogni singola intenzione

e pretesa e negazione,

ora che scandaglio ripetute le azioni

mentre basterebbe

la bestia che è dentro segugio

d’emozioni a vibrarci nel cuore.

Inseguimi

anche quando sfinito dai miei sguardi

non saprai più

quale mossa tentare.

Forzami anche quando

la richiesta è un contro che ti blocca.

Oltre lo sguardo cercami,

qua dove non fingo più

e si frantumano i mari di me

che a difficoltà segui.

Affrettati mentre il tempo

mi freme contro

ché non so-perdonami-rimanere

in posa a lungo in un pensiero.

Eppure infinita

immobile

qui inamovibile

ferma sto,

mentre navigo

vado

indugio

cedo

fingo la fuga

ritorno

cerco

aspetto.

Soccorrimi

in questo desolante

accanirsi di idee contorte.

Dai pace a quante di me

attraversano

la mente e lasciano sonno

e parole vuote.

Una carezza sola basta,

un esserci di occhi

e sicura allora potrei.

Potremmo.

Potresti?

Non accadrà. Già lo temo.

Sono caduta in un silenzio

che non è istante,

ma voragine

di quanto temo.

Non sai che basterebbe

un’intesa a illuminarci,

un semplice incontro di passi

e attimi

e la parola mi manca,

lascia il passo a quanto di vecchio

mi logora dentro.

C’è non sviscerato

un incontro di tempi sbagliati

di fantasie che non giunsero

dove le guidavo,

di accaduti che non seppi trattenere

di quanti mi volsero

inopportuni spalle e cuore.

Non vincerà.

Lascia una ferita lunga

eppure l’affronto:

mi affossa,

cado,

mi rialzo,

temo,

strascico,

ma torno.

Non mi arresta, no.

Perdonami se non so intercettare realtà

e mi costringo in disdette

e siglo trattati

e fingo malizie altrove.

Non è in me

un limpido consequenziale

procedere,

piuttosto un accanirsi di fretta

e frasi e conseguenze

e timori

e manie che ci sovrastano.

Attendo io,

assali tu:

è il ritmo che solo può salvarci

è la linea che sola

inclina alla meta.

È la sola grazia con cui incedi

che da sola

in me ti fa spazio.

E non c’è luogo né tempo

né dove né come:

sospesa sospendo

giudizi, azioni;

sospesa sospendo

ansie, timori.

Passione mi domina,

desiderio mi preme,

interesse mi logora,

distacco io fingo.

Eppure è dolce mania

questo attendersi

e indietreggiare

e segnare la frontiera

e passi lenti

e ritmi nuovi

e trovarsi a un passo

e non sapersi

e riconoscersi

in altro da sé.

Candore puro,

nuova stagione,

cuore che si apre:

chiudi la mente

e niente più.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Riti, cerimonie, saluti contro senso.

Alla tua festa triste non ero preparata: i capelli in fuga dove volevano loro, e incombenze da sistemare, vestiti messi insieme a caso ed un cappotto grigio scuro a coprirmi. Forse ho dovuto cambiarlo con un impermeabile blu, poco importa: eravamo tutti distanti dal percepire il bon ton.
Pioveva ad un istante, ed ho pensato “ecco un’altra complicazione ed ecco un altro rimedio”, stavamo stretti appoggiati l’uno all’altro senza conoscerci neppure, eppure in quel dolore era come esser nati per star lì. Ed anche lì cercavo, tentavo soluzioni pratiche, mentre in testa si accumulavano pensieri di dopo che non riuscivo a districare o districavo troppo e procedevano già oltre.
Ho provato stupore, poi sorriso tristemente per la storia in cui mi avevi inserito, ti ho parlato, fatto domande, guardato negli occhi che mi potevo solo immaginare. Ricordo la sera prima, una notte d’inverno profondo, di strade desolate e pioggerellina nell’aria e dentro: ero venuta a trovarti, in sordina, da sola, per sincerarmi che eri così come ti raccontavano. Questo bisogno di vedere sempre, di toccare con mano, questa necessità di misurarmi…so che l’apprezzavi, lo so in come mi guardavi da lontano di sbieco e come tagliando la discussione te ne uscivi con qualcosa di secco che liquidava la questione. Ricordo poco adesso, eppure non avrei voluto cancellarlo. Ero lì per me, per lei, non per te. Tu avresti compreso e capito comunque, tu comunque eri volato dove non si può sapere ed è lì che ci rode. Sono passati minuti, troppi o pochi non importa. Siamo rimasti soli, come volevo e speravo. Ho provato a dire quello che sapevi, eri nella mia testa e intorno, ma alla fine al primo rumore di altri, al primo confronto con altro dolore sconosciuto sono scappata. Prima con incedere dimesso ed educato ho ringraziato tagliando le pieghe del pavimento con lo sguardo, poi appena fuori con la scusa del primo temporale di corsa veloce sono entrata in auto, lì seduta con le mani sul volante ho sentito ancora tremarmi le gambe, come da quel maledetto venerdì e poi l’illuminazione funesta che era vero davvero, l’evidenza che sapevo da quella notte da cui non si è tornati più. Poi le ore che passano e accade veloce come il vento, mentre ancora gli occhi pungono, che ti dobbiamo davvero salutare. Io con la testa come sempre sono lì e altrove, sprofondata in un punto da cui guardo tutto con il solito piglio che sembra accarezzare ma in realtà frantuma voragini.
È una recita triste in cui ognuno dà quello che può, come può: giornata infinita che si passa fra parole e sospiri pesi come macigni e voglia di chiudere gli occhi e pensare non sia.
Ti ho seguito lenta lenta fin dove ti hanno messo, non un moto dall’esterno che mostrasse un mio minimo vacillare. Lo so che mi guardavano, ci guardavano, per non guardarti forse o per cercare di indagare meglio quanto è profondo il dolore. Li ho lasciati fare. Stranamente, eppure lo sopportavo con te, in qualche modo per te. Non te ne sarebbe importato nulla. E ridevi per quel gioco macabro d’incastri stentati che in nessun’altra occasione ti sarebbe riuscito così semplice, immediato, veloce. Continuavo a guardare i nostri piedi, quattro, poi sei, poi otto, poi dieci, poi dodici:tutti allo stesso ritmo, e quelle scarpe marroni strane che mi sembrava di conoscere da sempre e accarezzavo forte con gli occhi e la parte sinistra del corpo, a bilanciare il fuori e dentro lo squarcio. La schiena si faceva sentire a dirmi che ero viva, io sì, viva. Noi vivi. Noi.
L’ho sostenuta come mi avresti detto di fare, non sono riuscita a fare altro in più. E mi mangiavo le mani, le gambe continuavano a tremare leggere, ché non credevo riuscissero a sostenerci fino a quel pezzo grigio di terra dove dovevi rimanere. L’avrei strappata a morsi la terra, frantumato le unghie di chi inopportunamente le stava intorno e le toglieva fiato. Il fianco doleva tremendo, le mani stringevano, ma mai troppo forte. Era tutto troppo poco. La verità è che il dolore non si può dire, non si può urlare, sta stretto in un fondo intricato di viscere e scioglierlo è un enigma senza fine. Era un mistero nuovo che ci hai regalato beffardo da attraversare, col tuo sguardo sospeso oltre le cose ho sentito che eri a guardarmi e ti ho urlato che era l’ennesimo scherzo brutto che mi avevi fatto e che sarei andata al fondo per mostrarti che l’avevo accettato. Ma non l’accetto neanche ora, mentre stasera ti cerco fra la gente e tristemente so che non puoi. Eppure sembravi. Ed è tremenda consapevolezza sapere che non è, non può. E sciocca torno indietro a rivedere eppure non puoi. No che non puoi.
Lo sai bene che nel tempo ho messo insieme parole insulse, promesse che volevo non volassero lontano, ho abbracciato continenti lontani di uomini che forse avrei incrociato per errore solo con uno sguardo distratto, ho annusato momenti e trattenuto il respiro una e mille volte per non vomitare la rabbia, il dolore, la preoccupazione che mi stavano dentro. Ho attraversato corridoi di dolore, e pianti, e parole dette piano per non disturbarsi nel rispetto di qualcosa che ti squarta. Ho osservato come sempre molto, troppo. E gli occhi hanno bruciato ancora. Come un monolite ho provato a resistere, ma mi disgrego, non ho la forza, la costanza, la pazienza. Ho cercato nelle mie braccia braccia che potessero sostenere mentre mancava tutto: aria respiro forza e anche le lacrime.
Non ho cercato palliativi: mi sono bevuta tutto e oltre tutto qualsiasi sfumatura di quelle notti senza senso, ho pianto da sola senza conforto di parole, affermato la mia solitudine e difeso con le unghie ed i denti le scelte di altri senza tornare sui miei passi.
Ho accolto e ricacciato, ascoltato e parlato, pensato e sentito… eppure sto qua: lontana anni luce da un senso di condivisione, ancora a pensarti con quel sorriso al di sopra di tutto, mentre osservi tutto questo naufragare e la direzione dov’è?
Ti cerco nelle considerazioni che faccio, spero in un cenno che non arriva, mi racconto che sarebbe così e poi ancora in altro modo, che andrà meglio e poi…sfugge tutto dalle mani, ritorno indietro a cercare un appiglio, mi riscrivo nella testa le considerazioni scansonate su tutti quelli inadatti a starmi accanto mentre cerco uno, uno soltanto dove che sia a cui avresti strinto la mano e non detto “piacere di averti conosciuto, ciao per ora”, ma sorriso fin da subito e garantito costanza d’incontri.

Ora tutto suona diverso, c’è un confine che non riesco a superare, un orizzonte di cose che non saranno più come sono e lei che non so come abbracciare più. Eppure l’abbraccio con il sorriso, se mai un giorno potessi vederla distesa mi tornerebbe la voglia di pensare come un’illuminazione che ci accarezza che tu sei in qualche modo ancora lì nel mezzo a dirci “Siete due sciabigotte”.

Eppure non torni, sebbene sentiamo che ci sei, in quest’assenza che profuma di un dolore che non sappiamo più come raccontarci. Ma forse per qualche strana ragione doveva essere così: che ti festeggiassi triste, che la tua cerimonia fosse al rovescio, che in questo maledetto niente di parole che si dicono si dovesse tentare la strada più profonda dello scoprirsi senza: senza finzioni, senza filtri, senza scuse. Terribilmente veri.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

00.17

Succede che decidi di buttarti alle spalle tutto.

Succede che quel tutto lo sintetizzi in un totem, un oggetto che rappresenti la fatica intensa, che a tratti diventa dolore e poi si fa pesantezza forte che preme sul cuore e genera ansia e rompe il respiro e lo affanna, il motivo dominante di un anno in cui tante cose non dovevano accadere eppure ti sono piombate addosso e ti han trovata lì inerme a scoprirti roccia che in segreto si frastaglia, ma a chiederti ancora perché e poi segnarti le rughe sulla faccia e il dolore nel petto per quello di allora e per quello di poi.

Succede che scegli un feticcio e lo metti in valigia. Anzi in una borsa che accompagna una valigia.

Succede che all’ultimo o quasi modifichi i tuoi piani di viaggio, scegli una destinazione al volo, sorridi ad una faccia che ti è vicina eppure non troppo, ma che ti pare abbia negli occhi quel velo di dolore simile al tuo unito ad un sorriso che vuole andare oltre e… parti. Chiudi. Lontano ma non troppo, mentre tieni fili in qualche modo con quello del passato che può far tornare un ritmo semplice o trasformare pesi in silenzi leggeri.

Succede che quella sera ridi, balli, porti fiori nei capelli, non senti freddo, fai gli occhi dolci, ti lasci andare, non pensi al dettaglio e alla sfumatura, ti mescoli, ma sei per conto tuo e non reciti nessuna parte, perché tutto scorre in sintonia. Bevi, scherzi, osservi ma per una volta non troppo. Non sei superficiale ma danzi in superficie.

Succede poi che passi una giornata a guardare un fazzoletto di cielo, una parte di muro ed una finestra con dentro luci indistinte da una camera d’albergo.

Succede che non riesci a muoverti ma sai che da ora in poi non vorrai mai più fermarti.

Succede che un odore forte, acre, pesante t’invade le narici e genera nausea, e ti racconti che ti rimarrà solo quel ricordo lì e allora trovi la forza nella gambe, ed esci, come sei uscita da tanto altro e altro ancora sorvolerai in qualche modo. Ché devi per forza ricordarti altro e fissarlo nella testa. Così non va, non si può.

E vai. Succede che le gambe vanno e ancora camminano. E allora avanti e coraggio ancora e ancora uno e poi ancora ancora ci sarà.

Succede che lo sai che altro ancora ci sarà. Non lo speri,lo sai proprio.

Raggiungi l’oceano col vento a farti compagnia, in una giornata grigia.

E ti dici che è giusto così, che rompere con qualcosa è grigio, che l’inizio è blu, che il dolore è nero, marrone o viola, che l’amore non è rosso ma arancio o fucsia, e la tenerezza è di un rosso sbiadito e il bianco è l’indefinito che non vuoi ed un muro su cui vorresti imparare a scrivere in un Garamond senza tanti occhielli, ma bello pulito.

Ed ecco che sei tu, il vento, le onde, gli scogli, il punto giusto, un pezzo di muro brutto dietro a te, e niente: solo oceano e tu e  rumore di vento e un sorriso e contare e andare.

Ed ecco che vola quel fazzoletto, vola e vola davanti a te e poco avanti, dolcemente, delicatamente, ancora avanti e poi con delicatezza si posa sugli scogli.

E con quell’immagine della pesantezza di quanto in 366 giorni e un’ora in più si è trascinato, chiusa in un fazzoletto colorato da un tucano rosa, regalo di un pezzo di cuore che è parte di te, te ne vai: si è trasformata in garbo, leggerezza e un anno che verrà, lo sai…è dispari, è diverso. Sei stupita, sei felice eppure ti racconti che in fondo doveva accadere tutto quanto così.

Sei tu che sei, vuoi, sarai diversa. Dev’esser così, sì. Me l’ha detto il Tago che si trasformava in Oceano, te lo sei detta tu.

“…Diz o pungir dos desejos
Do lábio a queimar de beijos
Que beija o ar e mais nada…”

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Ab (sentia)/ Pre(sentia)

Esisto nell’assenza.

In questa me dipinta in un sogno

D’appartenenza che non c’è.

In questa vaga sottile forma

Che tutto abbraccia e attraversa,

Mentre manco

Più a noi che a me

In un senso che mi sfugge

Quanto le ombre dantesche vanno,

Quanto incapaci d’esser atto

Rimaniamo potenza,

forte sì, che si staglia d’impatto

ma non si compie

e potenza rimane.

Esisto nella certezza di un esito

Ovviamente atteso e preteso,

Nella veste di quanto si fa obbligo,

Mai piacere e conquista di soffi.

Esisto scontata ad un tempo fisso

In un angolo da mantenere,

Nei ritmi feroci di una vita

Che mi morde e allontana gradatim,

In questa distanza immane

Che non so dirvi eppure vorrei.

Eppure saprei condurre al limite,

me, quanto si dipana fra noi,

un sentire di corde indelebili fisse,

Essere altro.

Eppure saprei dare sapore d’essenza.

Eppure saprei stare al centro.

Oserei erigermi

Se solo lo esigeste…

E intanto fuggo:

Da pretesa presenza

A trasformarmi in mirabile assenza,

Decoro al bisogno,

Attenzione che non ho.

Ma in fondo resto come restano

Foto sbiadite in una cornice preziosa,

Un macigno sul cuore a parlare,

La voglia nascosta, carezza d’infanzia

Nel punto segreto del corpo,

Macchia singolare che distingue,

Dà senso, memoria, identifica

Eppure non s’apprezza, ma c’è.

Solitudine: bisogno, opportunità,

realtà meschina,

conquista da difendere,

peso a cui arroccarsi,

pretesa sufficienza di prove inprovate,

motivo di vanto e distinzione,

semplice pervadersi di quanto non c’è.

Questo, altro, assente presente:

L’essere si fa, si disfa,

modifica il suo moto,

tutto si compie, esaurisce

torna rinasce.

Noi pure tutti  in questo ritmo:

presenza, assenza

altro, altrove.

E rimaniamo qui,

indefessi, a volgere una carta,

ad attendere sciocchi

che qualcosa si compia.

Eppure eravamo ad un passo,

a un salto dall’avvenire,

ma è ora tardi:

“Vado, ciao”.

Ti resterò dentro, nell’anima.

E non ce lo diremo mai,

se non distrattamente

ma sarà la vita ancora

e noi per caso lì o qui non importa.

Altri. Altrove.

Ancora.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Perdendosi.

 

Sprofondata in questo mare di convenienze a far le veci di una che non so e non vorrei.

Eppure sto qui indomita a guardare ancora:

la parola non mi assale né si dirige su te mentre arrotoliamo gesti inconcludenti

come le anime che non sanno più dove, come sfiorarsi.

È lì, nel punto della paura che vogliamo tornare eppure procediamo a poli discontinui e opposti, nell’inquietudine di chi fugge un po’ da sé un po’ dai difficili “potrei”.

Non so verso dove dirigere lo sguardo eppure lì torno mentre con le lacrime cado altrove.

E i passi lontani risuonano voragini senza fondo.

È amarti anche così: prendere le distanze a pezzi

In quanto non riconosco non voglio non accetto.

È pura carezza restare andando.

È cautela adulta per non ferire là dove  non sei adesso e non vorrei precipitarti.

È così solo ferita mia che sostengo a perdifiato,

Incessante algoritmo che mi porta dove già so.

È un dolore necessario, un regalo che ci faccio

Eppure non lo capirai.

Sta nell’essenza di quanto non cogli e non m’importa chè già io so.

Tristemente so. E porto avanti. Cassandra di verità che taccio.

L’amore si sconta per me così:

nei silenzi che procedono oltre il tempo e le contingenze,

negli abbracci che io so di sapore diverso e aspetto uguale

in questo taglio d’occhi che sbircia altrove

nelle carezze che tiepide ti devo

eppure appassionata non mi riconosco.

È soltanto Eco che ti fa luce ma non brilla.

Eppure non lo sai

Giacché vivi d’intermittenze e te lo concedo.

Io non posso. Non potrei.

E d è dolore dolcissimo, consapevole agonia.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento