Lieve l’esistere dopo il resistere. L’arte del costruire da macerie non a caso ma per intuizione.

Aveva pensato tanto, forte, pesante: pensieri spessi,impossibili da sezionare e riporre in segmenti, agglomerati e addensati com’erano uno sull’altro, concentrata com’era stata e come era per natura a cercare il perché di fatterelli da umanucoli storditi, vuoti, vacui, silenti. Era stata terrorizzata, poi spaventata,quindi disillusa, e ancora amara, triste, umiliata, mai rassegnata. Mai. E sempre concentrata. Assai aveva pensato e forte tanto che non le sembrava di riuscire a contenerli più tutti quei pensieri e nemmeno le sembrava che ci fosse più spazio in lei per contenerne di nuovi a tal punto i vecchi avevano di per sé spessore e, aggiunti a quelli ancora e a quelli che sarebbero venuti di poi facevano un rumore assordante che pure mai cessava e l’accompagnava dovunque e comunque.

E pianto pure aveva senza sosta, nella sostanza decorosamente, mai fuori posto, con singhiozzi che la lasciavano senza respiro, senza che mai avesse fine quell’umido passaggio sul viso, come se d’istante fosse divenuta un pozzo di dolore senza fine ed ogni risveglio fosse l’inizio terribile di sensazioni nuove che sgorgano a contorcere le budella. Specchi tanti pure: anche di quelli aveva fatto il pieno, per guardarsi infinita e non risparmiarsi nulla, neppure le verità più spietate, quelle da sputarsi in faccia senza compatirsi, per andare a letto la sera odiandosi, non riconoscersi al mattino e poi riprendere a parlare con sé finché le domande non si placano, con o senza risposte, con o senza giustificazione adeguata, ma comunque e sempre con il coraggio profondamente confitto in sè di chiedere, esigere da sé, per sè.

 

Tempo fa era accaduto tutto ciò: neppure tanto forse,ma per lei era un’altra vita: una vita fa.

Ed ora al contrario sorrideva con quello sguardo di chi sa qualcosa oltre e coglie più avanti, in pienezza, senza più fretta o bisogno. «Chissà se ho mai sorriso prima di adesso, davvero così?» si chiedeva e-«chissà se di risate così sonore, stupidaggini così profonde io ho sentito la forza in me così chiara come adesso».

Lieve: percepiva tutto lieve. Lieve, sorprendentemente e finalmente tutto le appariva così e anzi lei stessa si percepiva ancora di più protagonista, ma della pièce giusta, quella del cui ruolo era convinta al 100% e la finzione dell’agire non si captava, non esisteva, ché era la parte cucita addosso a lei: il suo stare.

 

Come si fa ad arrivare sin lì? Intendo al punto in cui un dolore che sembra un pozzo nero senza fondo si dispiega in un sorriso leggero e largo, mai finto? Non lo so. E se non lo sa il narratore onnisciente figuriamoci il personaggio.

Ed è forse nell’accettazione di quell’ignoto che resterà tale, ineffabile e mai possibile da cogliere che si era fatta il regalo più bello.

Ci sono risate, emozioni, un sentire che non trova parole, solo accade e sconvolge, smuove, tormenta,appassiona oppure…succede lì come va e mentre accade regala una pace che fa sentire proprio lì ed in nessun altro posto.

Era lì adesso: in nessun altro posto. Fortunatamente per lei. E ne era consapevole,senza rumori di fondo o echi o effetti di stordimento. In nessun altro posto. Pronta a godersi quel posto dove mai avrebbe pensato di arrivare o di voler giungere eppure le sembrava che quel nessun altro posto fosse il luogo perfetto per contenerla senza trattenerla.

Ci sono posti in cui si sta come ci si fosse nati dentro eppure nemmeno si conoscevano. E allora sono i posti giusti: quelli che non hanno rumori confusi, odori pungenti, che non stonano mai, dove tutto è al posto. Quale? Al suo? No, in quello giusto. Così: ci sembra nato dentro.

 

E casa dov’è? Si rispose così: «Casa è dove sento tutto. Casa è in nessun posto e ovunque io sia in solitudine maestosa, irriverente, piena di me, in accordo all’unisono ogni cellula, fibra e dove tutto di me sia appagato nel contemplarsi e di quelli che sono importanti per me, bagagli inscindibili, opportuni, necessari io senta il respiro entrarmi dentro e domarmi quando che sia al bisogno”.

In pratica proprio adesso, non necessariamente lì, ma anche lì: sì, era casa anche lì, era casa adesso.

In tutta quella mastodontica e poetica semplicità di vuoti e pieni che s’inglobano, intersecano, confondono in geometrie perfette era casa. In quel nessun altro posto.

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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