Notturno in prosa.

Era una notte buia e tempestosa eppure non le sembrava che in fondo ci fosse da temere niente.
Era tutto a posto: lui, chiunque fosse stato, che non era più il suo Lui, un lavoro che non soddisfaceva quanto avrebbe dovuto, un senso di precarietà che avvolgeva tutto il suo esistere e insomma… tutto era lì provvisorio, inesatto come in tutte quelle vite non ancora complete eppure a posto perché era finalmente e proprio così che sentiva l’adrenalina del vivere, del sistemare le cose pian piano, ricostruire, ricreare, cercare soluzioni: mai dare niente per scontato era la sua specialità.
Quindi si addormentò, beata, placida come se il mondo fosse a posto, quello suo, e quello fuori non la sfiorasse neppure un po’.
Poi il boato forte e la luce: lampo e tuono in un ordine confuso nella sua testa e uno scrosciare d’acqua improvviso ma non inatteso. Si rannicchiò ancora di più sotto le coperte cercando un appiglio coi piedi a qualcosa a cui non poteva più avvolgersi: era sola.
Sorrise, così, per l’abitudine che le era rimasta di cercarlo fra le coperte, che era ormai un cercare neppure Lui, ma un lui a caso, uno a cui agganciare i piedi e sentire meno forti le ansie, le paure, o solo un gesto suadente a cui era avvezza, un modo per coccolarsi, giusto per dividersi l’un l’altro l’attenzione.
E invece allora non era successo. Non c’erano altri piedi, solo un pezzo di letto vuoto, dove allungarsi in comodità. E in fondo andava bene così, sembrava una sequenza perfetta: la pioggia forte, i sogni sbagliati, le coccole che non c’erano e dentro sé un avvenire indefinito e l’attrattiva del manipolarlo ancora, quell’avvenire, a suo piacimento riscriversi, nel buio brancolare e trovare la strada per caso, meravigliandosi in cammino.
Si avviò a riaddormentarsi così: con i suoi sogni fra le mani, un passato che non spaventava più e un futuro che ancora meno generava timore.
Era il suo tempo: quello del costruire passo a passo, quello del buttarsi senza paracadute, quello delle certezze che crollano e lasciano spazio ad altre sicurezze, insperate, inattese, diverse; era il tempo del dubbio, dell’indistinto, dei punti interrogativi e di quelli di sospensione, delle linee tratteggiate e poco decise: un mondo fino a quel momento a lei ignoto, lei che le linee le tracciava pesanti e demarcate,senza staccare la matita, lei che era quella delle definizioni nette e pratiche, lei quella definita, precisa, inquadrata, lei a cui ora tutto sfuggiva dalle mani…e… lo lasciava rotolare così: fra un sorriso e uno sguardo come inebetito, meravigliato che quella pelle, quell’odore, quel sentire continuassero ad essere i suoi da sempre, eppure così differenti.

Si addormentò infine: fu come di colpo sparita la sua solita paura del temporale che l’accompagnava da sempre. E pensò che era più facile farsi coraggio da sola che inventare soluzioni per due, quando si tratta di scogli alla deriva che vanno in direzione diversa, senza neppure darsi uno sguardo da lontano.
Del resto era sempre stata l’artefice delle soluzioni, fin da piccola glielo avevano insegnato, per prepararla a tutto, sempre. Probabilmente era il suo Dna che la trascinava per i capelli dopo che era sparita un po’ alla mercé di qualcuno che non la teneva abbastanza stretta per mano, piuttosto a tratti sin troppo, comunque mai col ritmo giusto.

“Grazie nonno- si disse nel dormiveglia-,grazie perché mi hai strattonata fin qui, cosciente e incosciente al punto giusto. È un risveglio che mi meraviglia ogni giorno e bombarda di pulsazioni psichedeliche. Era proprio qui che volevo arrivare eppure non l’avrei detto mai.Buona notte. Ovunque tu sia, sei. E mi hai dato il segreto del resistere e del persistere, del sé. Il tuo Stammlager di Meppen, lo so, non è un documento di memoria lontana. Era in qualche modo anche per me: ne ho coscienza da quando stavo piccola nella tua mano e il DNA tuo si mescolava al mio, me lo passavi dagli occhi, entrava dalla carne, dalle ossa”.

Così, chiusi gli occhi finalmente più leggeri, fu avvolta da l’immagine di lui, le sue mani forti, il suo sorriso largo, la generosità e di scatto il possesso, un distendersi del cuore nel volto a dirle “Vai benissimo così, con quel pezzo di radice di me arroccata in te”.
Perché sono i nonni che ci plasmano. E rimangono, oltre gli anni, oltre le cose, coi loro occhi larghi, i sorrisi rassicuranti, gli sguardi intensi.
“…l’ultimo pezzo alle montagne che lo fioriscano di rose e fior…” si addormentò con questo motivo cantato dalla voce di lui che le riecheggiava in testa, con quella voce che avrebbe riconosciuto ovunque e che la trascinò in un bellissimo sogno. Al risveglio: buio passato, tempesta finita, dolcissime sensazioni. E quegli occhi nello specchio che trovò dentro ai suoi occhi.
Era pronta a tutto adesso: passata la tempesta, sapeva chi ancora era, era bastato ripercorrersi, ritrovarsi, affondare la radici in una terra nuova. Con stupore e coraggio. E un sorriso largo sul volto. Sempre, comunque. Le avevano insegnato così.

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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