Mito e realtà, ovvero dei confini della percezione.

Avvolto nel mito. Stai lì. Un degno finale di una degna storia. Ed è tutto merito mio. Ancora una volta. Tuo il disagio di non saper affrontare questo trapasso, non nella  relazione con me, ottimamente nella relazione con altri, non sufficientemente da non sembrare meschino ai più, comunque non curante in fondo, eppure terribilmente all’altezza dei miseri.Il disprezzo è quanto rimane dopo un amore sfigurato, quando non lo si percepisce come pietà estrema, quanto di peggio poteva accadere.

Non lo rinnego tant’è che lo nobilito innalzandolo al mito. Era un’epoca arcaica in cui mi feriva tutto, mi meritavo il meno, mettevo a fuoco a fatica, tracciavo solchi in terra senza capire a che pro servissero, seguivo una scia ma sentivo in fondo odori altri attrarmi.

Poi è successo: non d’improvviso, ma lentamente, anche se è sembrato tutto ad un tratto, ed invece erano tanti i tratti che non avevo voluto vedere. O fingevo di non vedere.

È andata benone direi. Hanno tutti tirato un respiro di sollievo, lo so. Io da subito no, dopo sì, ma anche adesso a volte mi sorprendono ancora sospiri di compassione e rancore, qua e là, che si mescola ai ricordi, quelli sbagliati. Quelli che ricordano che ho un piede ancorato al passato per librarmi di scatto verso un futuro diverso.

Dovrei prendere un treno, lo so. L’ennesimo, ma in direzione contraria. Tornare là dove è cominciata la fine, che pure mi sembrava profumasse d’inizio. Per  fare cosa? Rivedermi al contrario, indugiare ancora a un tratto nei perché, affaticarmi in dettagli che scoprano trame. O semplicemente domandarmi quanto dolore fa stare lì dove c’è tutto quel passato che ansima addosso.

Se il male è dolce è andata, se il male pulsa no. Dove sta scritta questa regola? Chi me l’ha insegnata? Dove stai tu mille miglia distante da me?

In fondo credo che fosse tutto un gioco. Di vero non c’era niente. Di vero non c’è niente neppure adesso, se non questo taglio di luna che mi colpisce a tradimento e queste dita che scivolano lente sui tasti. Di vero forse ci sono solo io. Il resto è contorno, spesso finto.

Di vero ci sono i morsi a un panino, il sapore del caffè, il rumore dei cucchiaini che girano nelle tazzine in un bar, il taglio di sole sopra Rialto, il vociare degli ambulanti intorno al Pantheon, i clacson d’intorno piazza Venezia, la nebbia che taglia i luoghi di sempre al mattino presto mentre vado a lavoro, ma non le persone, non quelle in cui inciampo. Di vero non c’è nulla che riguardi l’umano, che riguardi l’adesso che circola intorno. Di vero c’è solo l’attimo e poco più. Di vero c’è solo quello sguardo che ci siamo scambiati, i sorrisi che andiamo lanciandoci, gli abbracci con gli occhi che arrivano proprio là dove servono, le parole che si conficcano come memoria dentro me e te. Di vero non c’è nient’altro: è tutta una giostra che gira perenne intorno a se stessa, una musica che si ripete, un carillon che gira a vuoto in continuo.

Eppure lo chiamate vita e sentire, e realtà. A me sfugge fra le mani come la nebbia del mattino, è per questo che sto qui su questo baluardo. Da dove si vede bene, si mette a fuoco divinamente. Ma che fatica e che dolore essere impotenti di fronte a miscredenze e tacere eppure vedere.  Di  nuovo Cassandra, di nuovo come lei. Di nuovo mito…e poi?

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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