Dell’umano sensibile ovvero della distanza.

2015-06-30 11.48.19

Hai detto le certezze. È di quello che abbiamo bisogno. Sapere che alla fine i nostri cognomi staranno a fianco su un campanello, un anello stretto al dito che mi ricordi il tuo nome, il locale giusto dove mi sento come a casa, il cibo solito che mi aspetta, la stretta al fianco che mi consola, avvicinare la mano sul cuscino e sentire che ci sei, avere un aggettivo, un avverbio, un sostantivo per ogni categoria, inflessione, sfumatura e non tenere mai niente fuori controllo. Giocare al gioco dei colori piatti, tutti uguali, senza forma, muoversi allo stesso ritmo e nella stessa inutile direzione, guardare che tutto sia in apparenza uniforme, appiattire la voragine che urla dentro e lo sguardo che prova ad andare al di là. Offrire necessario ausilio alle proprie frustrazioni riempiendosi di comuni attività che portano impegno disimpegnando l’essere, il cervello, la propria natura. Muoversi in branco per stare sicuri, pronti ad attaccare ai fianchi, col sorriso sulle labbra e una certa compiacenza nel muoversi all’unisono.

Vivo da mesi oltre ogni controllo, diversa, selvatica. Con un campanello a cui non amo rispondere, cambiando ché il solito-cosa che sia- mi annoia e appiattisce, con una settimana in cui i giorni girano senza un senso come la testa dentro di me, senza aggettivi, sostantivi o verbi che siano abbastanza significativi per questo momento, senza un anello con un nome, ma con dei nomi certi scritti dentro di me come pietre che porto a mo’ di macigni. Nel frattempo arrotolo parole nella testa a casaccio, come per impigliare tutto senza riuscire in fondo a farmi trattenere da niente.
Sovente mi appunto, ma è il tempo di un volo che mi libera e lascia di nuovo distante da me, per non dire da voi.

Vedo tutto così perfetto, delineato precisamente nei contorni eppure non mi appassiona, se non per uno scarto d’istante che ti riguarda e che amo respirare affacciata su questo baluardo di vite con te.

Respiro quest’odore mediocre per distogliermene a un tratto, mai schifata, sempre curiosa eppure straniera. Non mi mescolo mai fino in fondo per mantenere uno sguardo di sbieco che mi permetta la fuga, eppure sarebbe così comodo lo sguardo artefatto come il vostro…
Torno sempre alle considerazioni, mai misere, sempre piuttosto profonde e opportune, alla folla non mi mescolo ché non conviene eppure fingo affabilità per studiare oggetto e soggetto fin nel profondo.
Ne soffro brutalmente mentre godo l’alterità che mi distingue.
Sorseggio vino per stordire la distanza, lenire il sensibile effetto di irrequietudine che non mi fa uniformare alle vostre differenti eppure bieche necessità.

Cerco un appiglio alto, sempre, che mi innalzi dove ho timore di ricadere e vivo al limite, fra cielo e terra, senza ali per poter volare e piedi per camminare: ibrida, meschina, indomita osservatrice, cultrice delle proprie velleità, frastornata fra bisogno di condivisione e necessaria alterità.

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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