ἔστι δ’ ὅπη νῦν ἔστι· τελεῖται δ’ ἐς τὸ πεπρωμένον [Aesch. Agamennone, 67-68]

Stiamo nei ritagli di tempo che non sappiamo gestire,
nelle parole tese al volo e scandite come armi da fuoco
nell’incapacità di quanto, seppure, vorrebbero dire “amore”.
Siamo nei dettagli persi dietro ad un biglietto,
nelle frasi secche
mentre altro d’inutile ci appassiona in quel lampo.
Siamo dietro una scia che tutto si porta via,
dentro i pensieri di quello che vorremmo
eppure non sappiamo toccare,
in questa bacchetta magica al rovescio
che brandiamo per scalfire i cuori dell’altro.

Toccata e fuga stonata,
colpi alle spalle e fuggire
e tornare ogni tanto
per vedere e sognare.
O chiedere terapeutiche blandizie.

Stiamo dentro a un pensiero che teme prendere sostanza
e sostanza vuota dolorosa di contenuti diventa il resto.
Siamo una letteratura immaginaria,
una pagina di contenuti stanchi che si ripetono,
errori di ortografia senza fine mentre fra le righe la sintassi si svuota.
Siamo un dettaglio sbavato che ha inghiottito il bello che poteva.
Stiamo in una ferita aperta che non si risana.

Eppure la vita ci aveva insegnato i lidi del cuore dove sostare,
chi c’era coraggioso a inoltrarsi nel fondo,
lo sguardo sincero che più intenso brillava
oltre cumuli di vuoti pensieri.

Eppure su quei cumuli ci siamo appoggiati,
seduti, sdraiati, accomodati nel sonno.
I pensieri vuoti ci hanno carpito l’anima
nella facilità di prendere vita in una vita senza noi
e l’essenza è volata lontano:
a Lei la letteratura, a lei la vita sguaiata che si urla al mattino
a lui il ricordo che non si sporca, a Lui quello che non è.
A Lei la solitudine e il sogno sempre,
da lontano,
la certezza al bisogno dell’istante,
l’illuminazione che poi scappa fugace.
Ma intanto è passata, poi andata, tornata, passata.
Su quei cumuli vuoti non resta.
Non ce la fa, per quanto si sforzi.
Vivere d’intermittenze non l’appassiona.

E la pagina torna vuota,
i cumuli di niente intorno,
la vita a frantumarsi nei rintocchi quotidiani.

È un errore scandito che s’aggroviglia su sé:
il pensiero, il nulla, i cuori che si mordono come cani
e ferite a risanarsi di continuo,
cure palliative e tempeste di fuochi fatui.

Avere gli occhi e saper vedere sempre:
ecco l’alterità, ecco la malattia.

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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3 risposte a ἔστι δ’ ὅπη νῦν ἔστι· τελεῖται δ’ ἐς τὸ πεπρωμένον [Aesch. Agamennone, 67-68]

  1. wwayne ha detto:

    Ciao! Ma non lo aggiorni più il tuo blog?

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