00.17

Succede che decidi di buttarti alle spalle tutto.

Succede che quel tutto lo sintetizzi in un totem, un oggetto che rappresenti la fatica intensa, che a tratti diventa dolore e poi si fa pesantezza forte che preme sul cuore e genera ansia e rompe il respiro e lo affanna, il motivo dominante di un anno in cui tante cose non dovevano accadere eppure ti sono piombate addosso e ti han trovata lì inerme a scoprirti roccia che in segreto si frastaglia, ma a chiederti ancora perché e poi segnarti le rughe sulla faccia e il dolore nel petto per quello di allora e per quello di poi.

Succede che scegli un feticcio e lo metti in valigia. Anzi in una borsa che accompagna una valigia.

Succede che all’ultimo o quasi modifichi i tuoi piani di viaggio, scegli una destinazione al volo, sorridi ad una faccia che ti è vicina eppure non troppo, ma che ti pare abbia negli occhi quel velo di dolore simile al tuo unito ad un sorriso che vuole andare oltre e… parti. Chiudi. Lontano ma non troppo, mentre tieni fili in qualche modo con quello del passato che può far tornare un ritmo semplice o trasformare pesi in silenzi leggeri.

Succede che quella sera ridi, balli, porti fiori nei capelli, non senti freddo, fai gli occhi dolci, ti lasci andare, non pensi al dettaglio e alla sfumatura, ti mescoli, ma sei per conto tuo e non reciti nessuna parte, perché tutto scorre in sintonia. Bevi, scherzi, osservi ma per una volta non troppo. Non sei superficiale ma danzi in superficie.

Succede poi che passi una giornata a guardare un fazzoletto di cielo, una parte di muro ed una finestra con dentro luci indistinte da una camera d’albergo.

Succede che non riesci a muoverti ma sai che da ora in poi non vorrai mai più fermarti.

Succede che un odore forte, acre, pesante t’invade le narici e genera nausea, e ti racconti che ti rimarrà solo quel ricordo lì e allora trovi la forza nella gambe, ed esci, come sei uscita da tanto altro e altro ancora sorvolerai in qualche modo. Ché devi per forza ricordarti altro e fissarlo nella testa. Così non va, non si può.

E vai. Succede che le gambe vanno e ancora camminano. E allora avanti e coraggio ancora e ancora uno e poi ancora ancora ci sarà.

Succede che lo sai che altro ancora ci sarà. Non lo speri,lo sai proprio.

Raggiungi l’oceano col vento a farti compagnia, in una giornata grigia.

E ti dici che è giusto così, che rompere con qualcosa è grigio, che l’inizio è blu, che il dolore è nero, marrone o viola, che l’amore non è rosso ma arancio o fucsia, e la tenerezza è di un rosso sbiadito e il bianco è l’indefinito che non vuoi ed un muro su cui vorresti imparare a scrivere in un Garamond senza tanti occhielli, ma bello pulito.

Ed ecco che sei tu, il vento, le onde, gli scogli, il punto giusto, un pezzo di muro brutto dietro a te, e niente: solo oceano e tu e  rumore di vento e un sorriso e contare e andare.

Ed ecco che vola quel fazzoletto, vola e vola davanti a te e poco avanti, dolcemente, delicatamente, ancora avanti e poi con delicatezza si posa sugli scogli.

E con quell’immagine della pesantezza di quanto in 366 giorni e un’ora in più si è trascinato, chiusa in un fazzoletto colorato da un tucano rosa, regalo di un pezzo di cuore che è parte di te, te ne vai: si è trasformata in garbo, leggerezza e un anno che verrà, lo sai…è dispari, è diverso. Sei stupita, sei felice eppure ti racconti che in fondo doveva accadere tutto quanto così.

Sei tu che sei, vuoi, sarai diversa. Dev’esser così, sì. Me l’ha detto il Tago che si trasformava in Oceano, te lo sei detta tu.

“…Diz o pungir dos desejos
Do lábio a queimar de beijos
Que beija o ar e mais nada…”

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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