Riti, cerimonie, saluti contro senso.

Alla tua festa triste non ero preparata: i capelli in fuga dove volevano loro, e incombenze da sistemare, vestiti messi insieme a caso ed un cappotto grigio scuro a coprirmi. Forse ho dovuto cambiarlo con un impermeabile blu, poco importa: eravamo tutti distanti dal percepire il bon ton.
Pioveva ad un istante, ed ho pensato “ecco un’altra complicazione ed ecco un altro rimedio”, stavamo stretti appoggiati l’uno all’altro senza conoscerci neppure, eppure in quel dolore era come esser nati per star lì. Ed anche lì cercavo, tentavo soluzioni pratiche, mentre in testa si accumulavano pensieri di dopo che non riuscivo a districare o districavo troppo e procedevano già oltre.
Ho provato stupore, poi sorriso tristemente per la storia in cui mi avevi inserito, ti ho parlato, fatto domande, guardato negli occhi che mi potevo solo immaginare. Ricordo la sera prima, una notte d’inverno profondo, di strade desolate e pioggerellina nell’aria e dentro: ero venuta a trovarti, in sordina, da sola, per sincerarmi che eri così come ti raccontavano. Questo bisogno di vedere sempre, di toccare con mano, questa necessità di misurarmi…so che l’apprezzavi, lo so in come mi guardavi da lontano di sbieco e come tagliando la discussione te ne uscivi con qualcosa di secco che liquidava la questione. Ricordo poco adesso, eppure non avrei voluto cancellarlo. Ero lì per me, per lei, non per te. Tu avresti compreso e capito comunque, tu comunque eri volato dove non si può sapere ed è lì che ci rode. Sono passati minuti, troppi o pochi non importa. Siamo rimasti soli, come volevo e speravo. Ho provato a dire quello che sapevi, eri nella mia testa e intorno, ma alla fine al primo rumore di altri, al primo confronto con altro dolore sconosciuto sono scappata. Prima con incedere dimesso ed educato ho ringraziato tagliando le pieghe del pavimento con lo sguardo, poi appena fuori con la scusa del primo temporale di corsa veloce sono entrata in auto, lì seduta con le mani sul volante ho sentito ancora tremarmi le gambe, come da quel maledetto venerdì e poi l’illuminazione funesta che era vero davvero, l’evidenza che sapevo da quella notte da cui non si è tornati più. Poi le ore che passano e accade veloce come il vento, mentre ancora gli occhi pungono, che ti dobbiamo davvero salutare. Io con la testa come sempre sono lì e altrove, sprofondata in un punto da cui guardo tutto con il solito piglio che sembra accarezzare ma in realtà frantuma voragini.
È una recita triste in cui ognuno dà quello che può, come può: giornata infinita che si passa fra parole e sospiri pesi come macigni e voglia di chiudere gli occhi e pensare non sia.
Ti ho seguito lenta lenta fin dove ti hanno messo, non un moto dall’esterno che mostrasse un mio minimo vacillare. Lo so che mi guardavano, ci guardavano, per non guardarti forse o per cercare di indagare meglio quanto è profondo il dolore. Li ho lasciati fare. Stranamente, eppure lo sopportavo con te, in qualche modo per te. Non te ne sarebbe importato nulla. E ridevi per quel gioco macabro d’incastri stentati che in nessun’altra occasione ti sarebbe riuscito così semplice, immediato, veloce. Continuavo a guardare i nostri piedi, quattro, poi sei, poi otto, poi dieci, poi dodici:tutti allo stesso ritmo, e quelle scarpe marroni strane che mi sembrava di conoscere da sempre e accarezzavo forte con gli occhi e la parte sinistra del corpo, a bilanciare il fuori e dentro lo squarcio. La schiena si faceva sentire a dirmi che ero viva, io sì, viva. Noi vivi. Noi.
L’ho sostenuta come mi avresti detto di fare, non sono riuscita a fare altro in più. E mi mangiavo le mani, le gambe continuavano a tremare leggere, ché non credevo riuscissero a sostenerci fino a quel pezzo grigio di terra dove dovevi rimanere. L’avrei strappata a morsi la terra, frantumato le unghie di chi inopportunamente le stava intorno e le toglieva fiato. Il fianco doleva tremendo, le mani stringevano, ma mai troppo forte. Era tutto troppo poco. La verità è che il dolore non si può dire, non si può urlare, sta stretto in un fondo intricato di viscere e scioglierlo è un enigma senza fine. Era un mistero nuovo che ci hai regalato beffardo da attraversare, col tuo sguardo sospeso oltre le cose ho sentito che eri a guardarmi e ti ho urlato che era l’ennesimo scherzo brutto che mi avevi fatto e che sarei andata al fondo per mostrarti che l’avevo accettato. Ma non l’accetto neanche ora, mentre stasera ti cerco fra la gente e tristemente so che non puoi. Eppure sembravi. Ed è tremenda consapevolezza sapere che non è, non può. E sciocca torno indietro a rivedere eppure non puoi. No che non puoi.
Lo sai bene che nel tempo ho messo insieme parole insulse, promesse che volevo non volassero lontano, ho abbracciato continenti lontani di uomini che forse avrei incrociato per errore solo con uno sguardo distratto, ho annusato momenti e trattenuto il respiro una e mille volte per non vomitare la rabbia, il dolore, la preoccupazione che mi stavano dentro. Ho attraversato corridoi di dolore, e pianti, e parole dette piano per non disturbarsi nel rispetto di qualcosa che ti squarta. Ho osservato come sempre molto, troppo. E gli occhi hanno bruciato ancora. Come un monolite ho provato a resistere, ma mi disgrego, non ho la forza, la costanza, la pazienza. Ho cercato nelle mie braccia braccia che potessero sostenere mentre mancava tutto: aria respiro forza e anche le lacrime.
Non ho cercato palliativi: mi sono bevuta tutto e oltre tutto qualsiasi sfumatura di quelle notti senza senso, ho pianto da sola senza conforto di parole, affermato la mia solitudine e difeso con le unghie ed i denti le scelte di altri senza tornare sui miei passi.
Ho accolto e ricacciato, ascoltato e parlato, pensato e sentito… eppure sto qua: lontana anni luce da un senso di condivisione, ancora a pensarti con quel sorriso al di sopra di tutto, mentre osservi tutto questo naufragare e la direzione dov’è?
Ti cerco nelle considerazioni che faccio, spero in un cenno che non arriva, mi racconto che sarebbe così e poi ancora in altro modo, che andrà meglio e poi…sfugge tutto dalle mani, ritorno indietro a cercare un appiglio, mi riscrivo nella testa le considerazioni scansonate su tutti quelli inadatti a starmi accanto mentre cerco uno, uno soltanto dove che sia a cui avresti strinto la mano e non detto “piacere di averti conosciuto, ciao per ora”, ma sorriso fin da subito e garantito costanza d’incontri.

Ora tutto suona diverso, c’è un confine che non riesco a superare, un orizzonte di cose che non saranno più come sono e lei che non so come abbracciare più. Eppure l’abbraccio con il sorriso, se mai un giorno potessi vederla distesa mi tornerebbe la voglia di pensare come un’illuminazione che ci accarezza che tu sei in qualche modo ancora lì nel mezzo a dirci “Siete due sciabigotte”.

Eppure non torni, sebbene sentiamo che ci sei, in quest’assenza che profuma di un dolore che non sappiamo più come raccontarci. Ma forse per qualche strana ragione doveva essere così: che ti festeggiassi triste, che la tua cerimonia fosse al rovescio, che in questo maledetto niente di parole che si dicono si dovesse tentare la strada più profonda dello scoprirsi senza: senza finzioni, senza filtri, senza scuse. Terribilmente veri.

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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