Inno cletico rivisitato. Ai più, ai pochi. Ovviamente a sé. Ai sogni e alle speranze: maledette Sirene che braccano.

Ho comprato dei tulipani.
Sia mai che riescano a darmi quel sollievo
che non giunge da te, da voi, da me.
Chi siete? Chi siamo?
Quale peso gli eventi?
Dentro, fuori, intorno
convulsa confusione
e morde a tratti questo mio sentire.
Allora ho comprato i tulipani.
Ancora, di nuovo.
E ancora aspetto che sia la vita a sorprendermi,
in fondo un cuore, il mio, che sappia diverso
dipanare quanto mi si svolge agli occhi.
Ma questo ritmo nuovo non viene
e quanto di vecchio ha colpito rimane fermo,
blocco di cemento che preme ai precordi.
Dovrei lasciarmi stare,
in un angolo abbassare di me
le ferite più crude,
lanciarmi in un vuoto di sensazioni
a cercarne di forti,
non nell’essenza ma nel momento.
E invece sto ferma qua,
regina di pretese e maestra d’esitazioni
che si trasformano in addii,
regista di previste perdite di tempo,
inquisitrice dell’altro
in un gioco malato alla ricerca di quanto non va.
Molle, semplice, ingenua,
temeraria negli incontri:
mi vorrei così
eppure non giungo.
Afrodite mi è avversa, lo so, e sento.
Avversa l’occasione, pure.
Lo so e sento, anche, ancora.
Favorevole sempre il dubbio
e il pensiero che fagocita semplici momenti.
E tu, chiunque, manchi il momento
e sferri occasioni perdute
che traduco in dinieghi
e fughe e pesantezze di mente.

Vieni tu, Cupido dagli occhi feroci
a colpire una freccia che vada verso
dove c’è da carpire un secondo,
vieni Opportunità
a sciogliermi questo velo nero dagli occhi
e Apollo tu pure
a illuminarmi un sorriso
che sia di durata perenne,
senza che gli occhi di questo piglio sprezzante
continuino a farsi portavoci a staffetta.
Vieni, Ade o Proserpina, se credi,
a salutare quanti da tempo andati affollano la testa
e non lasciano spazio e possibilità,
conducili con te per sempre,
ché non arrangino più le mie occasioni.
E vieni Poseidone, ninfe del mare tutte
con brezza sottile d’onde e spruzzi senza tempesta
a pulire questo volto dalle lacrime che non scendono.
Voi no, ninfe dei boschi e Amazzoni
lontane restate ché già troppo e da tempo
mi siete appassionate compagne
e di questo un tutto si è fatto maschera
che a fatica mi stringe e determina.
Lasciare spazio, lasciare respiro:
i fiori, la luce, i colori accesi,
il cuore che non preme
ma solo si distrae da sé,
quanto di vario che giunge inutile
eppure senza spessore che blocca,
gli occhi che vedono per una volta
non oltre ma in superficie.
Il dono mediocre,
senza la sfumatura del dettaglio,
l’attesa distratta.
Una comune, crudele normalità.
A questo, per questo vi prego.
Ora, adesso, poi.
Lo sento, lo so:
non ci sono Dei in ascolto.
Io sola ancora:
con me, su me, per me, contra me.

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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