La vita che volevi

 

Due uova, la cucina, un piatto di pasta: me lo sono raccontato come un mantra infinito, tanto da crederci, tanto da viverlo e provare a raccontarmela “felicità”, ma non era quello: volevo l’adrenalina, un’aria di scossa intorno,  percepire che ci fosse un movimento continuo, non di gambe, non di braccia, ma di tutto.

Finanche la punta del naso ed i capelli mai davvero in piega, gli occhi soprattutto, sempre ad inseguire un altrove.

Non importava scalare dove o finire quando, importava l’adrenalina nel cuore e sussulti in ogni dove.

Importava percepirsi diversi in ogni istante, eppure la cercavo quella vostra felicità.

Mi sembrava poterla cogliere con le mani un giorno e chiamarla mia: l’odore del bucato, affacciarsi alla finestra, un risveglio insieme al sapore di caffè. E tutta la testa che era ancora altro. Poi i suoni, le luci che attraggono, percepire un profumo che ti guida lontano, stare lì chiusi in questo segreto e raccontarselo meta, destino, soddisfazione e traguardi.

Poi.

Arriva un odore nuovo, diverso, il guizzo che torna ad accendere gli occhi ed ecco che si risale una china dura da interpretare eppure di semplice fruizione: non è qui, non è adesso, e forse non lo sarà mai, ma è esattamente in mezzo, infra, nel percorso.

Allora s’aggroviglia la vita come un gomitolo, non si spiegano i minuti persi dietro -ogni volta- un progetto che parte a metà ma sempre di slancio, non si ripercorre sempre la stessa strada, i piedi vanno in cerca di un pezzettino di sassi ancora da esplorare

e si cammina  storti, sempre sbilanciati.

No, la vostra vita no, delimitarmi nei vostri obiettivi impossibile:

impossibile raccontarselo, impossibile spiegarvelo.

Eppure mi si legge in ogni ruga, in ogni sguardo che tenta di esser fisso.

E ne soffro e ne sono felice e poi ne soffro e ancora ne sono felice.

E non ti scorgo ovunque tu sia, anche qualora fossi fitto legame oltre le Alpi che sta nel non confondersi e distrarsi da sé, non ti scorgo, no, sebbene comunque tu sia.

E lo sento  e mi spavento eppure proseguo indomita.

So che saprai braccarmi.

E non saranno due uova, la cucina, un piatto di pasta.

Sarà ancora il guizzo, la scossa, i capelli scomposti…la vita scomposta, la vita.

Sta a posto il cuore se lo rimetto dove vuole, ma se lo piego oltre si logora e respira a fatica.

Non se lo merita, no: ha le sue ragioni, il cuore, il mio, la vita, la mia.

Il cuore, il vostro, le ragioni, le vostre, la vita, appunto, la vostra.

Ed è ancora Distanza, Consapevolezza, Rispetto. Rispetto. Nell’estraneità. Dell’alienità.

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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