Dell’Oriente che mi preme.

  1. IN TRANSITO

La leggerezza in uno zaino, la forza nella testa, l’emozione della solitudine in sintonia con altri occhi: sperimentare ancora del mondo, di sé un ignoto che attrae. Sto serena solo qui: in questo bisogno appagato di spazi nuovi e genti diverse, sicura che non serva altro e che nessuno mi percepisca come sa.

Vedo quei due poveri ragazzi, avvolti in una specie di promessa tacita, che ahimè non sanno se e come amarsi e continuano a rovinarsi la vita in nome del bisogno di carezze. Io volo via a cercarle nel vento e sperare in un sonno che mi svegli lieve, a credere in una sorpresa che vivrei con ansia, angoscia eppure vorrei. A ricordare la tenerezza di un incontro fra ignoti in un abbraccio fra nubi leggere. Vorrei non vivere di sguardi fugaci, illuminazioni inutili da frustrare il secondo dopo; preferirei forse l’accontentarsi di una carezza gentile e non la ricerca di quanto penetra e sconquassa, vorrei non Saffo ma un semplice ellenismo di maniera non pervadermi ma riuscire quanto meno a comprendere. E così ora volo nel posto dei barbari, là dove lei che era diversa finse di amalgamarsi (spero di capire ed esser capita), fu data alla vita e poi salpò. Da Medea vado a placare per un istante questi occhi malati di ovunque e bellezza e ricerca di Altro, straniero e distante, lontano. E attraverso Istanbul al volo, con un groppo in gola, a un soffio dal riprendermi, a un soffio da toccarmi.

 

  1. ATATURK

Confusione ordinata e non, che ti accoglie come in un bazaar, gusto vita dai vetri e luci di quello che so oltre questa struttura e ricordo come un sogno vago che un giorno ancora toccherò. Istanbul è giocare a farsi il solletico con un bambino georgiano su un tapis roulant, incontrare sguardi e sognare un’attesa di manicure, è incontrare occhi orientali che ti guardano per la prima volta con il sogno di un “per sempre”. È bere acqua come di una sete atavica.

 

  1. MESI DOPO, IN RETROSPETTIVA O MEGLIO PROSPETTIVA

Un giorno capirò anche questa ansia d’Oriente: questa luce che si riflette in tramonti bellissimi, questo senso di andata come se fosse un ritorno, questo bisogno di respirare un’aria che nulla ha di me eppure mi dice tutto. Un giorno, senza neppur troppo indagare, capirò perché la dolcezza di un muezzin che richiama a un rito che non conosco e attenta osservo,  e perché le luci sul Bosforo o ancora la yurta nel deserto di steppa.

Un giorno capirò anche che cos’è stato incontrare braccia delicate da sopra le Alpi così straniere eppure così vicine. Capirò poi cosa significhi un giorno di pioggia nascondersi dietro un ombrello per farsi carezze in un luogo desolato del mondo o ancora porterò dentro l’abbraccio di Piazza Registan all’alba con le luci come fosse poesia sparata nel cielo, e gli occhi piccini dal sonno ma grandi abbastanza per sgambettare festosa.

Un giorno capirò perché questa felicità a singhiozzo che si coglie in terre, abbracci, tenerezze sconosciute, lontano dalle radici dove finalmente spiccare il volo. Ancora oggi a boccate grandi è aria che riempie, gonfia il petto e rende soave il pensiero.

Volare via come un ritorno a sé, una pace che si fa spazio in un cuore che ha tormenti appagati specchiandosi in un cielo.

Partire non per trovarsi ma perché si è già là, insindacabilmente privi di ogni sovrastruttura o inganno, nessun malessere e un appagamento che va oltre ogni costruita certezza.

A volo spiegato si deve andare, senza ali tarpate e senza sogni che impiglino.

Alle ali che si spiegano, alle interpretazioni che non servono più, al sentire che fa luce, ai miei blocchetti di viaggi pieni densi di parole ed emozioni, ai risvegli gualciti in alberghi sconosciuti, agli autobus che corrono su strade sconnesse, alle posizioni più improbabili tentate per affrontare lunghi spazi in deserti sconsiderati, alla reflex pronta a catturare istanti che non sono mai belli come si vissero, al cielo turchese dell’Uzbekistan dove mi sono conosciuta “fibra dell’universo”, in una risata composta ma non costruita, agli occhi che hanno sete sempre di cielo, per vedere ogni giorno una nascita di sole nuovo: a tutto questo grazie per avermi trovata, accarezzata, custodita, accolta e resa parte di un mistero che è quello dell’essere completamente, eternamente pieni di sé nell’ hic et nunc. Senza bisogni, pregiudizi, stanchezza, ma pronti a farsi carico con gli occhi di quello che c’è e con tutti gli altri sensi pure. Di vita che profuma di spezie lasciarsi riempire, non perché si è vuoti, ma perché già si è.

E andare incontro alla prossima meta, con la stessa adrenalina di luce, le gambe pronte a correre verso, la paura dietro alle spalle, l’esperienza non come scudo ma come risorsa.

Senza cercarsi incontrare quanto già si è, senza interpretarsi sapersi. E non attendere né pretendere, ma andare incontro a ignoti sorrisi col volto carico di chi non sa ma comunque può.

In questa foto di me potrei fermarmi, abbracciarmi, sorridermi, appagarmi, ma non rimango perché so che lì a breve di nuovo sarò.

Lascio spazio ai chilometri di tempo che si frappongono fra me e la prossima avventura, e mi coccolo nel respiro lento e accattivante di quanto si esaurisce senza perdersi mai.

Una vita diversa, una vita che c’è.

E arcobaleni immensi sulle macerie di sé: non è ritrovarsi, ma riconoscersi, sempre. Nei dettagli, nelle intenzioni, nei bisogni, nei sorrisi semplici che vengono alla luce senza false illusioni o lunghi, frastagliati percorsi emotivi.

Nel silenzio stare, nel silenzio andare. Da soli stare, da soli andare.

E lasciare spazio perché accada, qual che sia vicenda, emozione, sensazione: assaporarsi.

Con gusto, senza intenzione. Quasi per caso, ma in pienezza di sé. Ovvero in libertà estrema. Dolcissima.

 

[Appunti sparsi di fine marzo, e di una giornata uggiosa di inizio novembre, recuperando ricordi, preparando nuovi itinerari, in cerca di spazio e luce. Foto di mia mano, Samarcanda, estate 2017: un  tuffo al cuore]

 

 

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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