CUM SEQUENTIA

MOVIMENTO 1.Un attimo. Il bagliore di un secondo. Le cose che sono e quelle che saranno. L’occasione ghiotta, quella acchiappata e quella negata. Chi calcola, chi va, chi parla, chi ascolta. Chi Piange. Chi sorride triste. L’allegria che passa. Un nuovo sentire che avanza. Chi ha scelto e chi non lo farà mai. Chi è andato e chi torna. Per chi gira e per chi ancora no. Le vite che s’intrecciano, le vite che si sfiorano; sfuma la tua mano, un’altra s’intreccia, oppure perdo la mia da sola, la tua si muove su un altro corpo. E amaramente so. O non so, ma desumo. Comunque mai davvero saprò. Né mi saprai oltre la linea che ci siamo dati. Fatto sta. Fatto sta. Sintonie che si creano, legami che si rompono. Incipit fortunati, o a passo scazonte, in fondo che importa? Chiusure come romanzi d’appendice o favole grottesche, ancora un ad libitum che ci prende. Non saprei se vi è differenza in fondo, intendo che comunque è una fine. O un inizio. Sempre questione di punti di vista.

 

MOVIMENTO 2.Assecondare il fluire, nuotare contro corrente, il fiato che si fa corto, abbracciare la fatica a mani stanche. Non sperare più. Continuare ad accogliere nella fretta e mettere a fuoco sempre dopo. O sempre prima. Giocare d’anticipo per fermarsi dopo ad attendere una resa altrui. Quando verrà un tempo, se verrà. Ascoltare la solitudine, viverla dentro, come un male che ti mangia le ossa, la pelle, brucia gli occhi ma li lascia a guardare. Frantumare le idee. Masticarle in fretta, ma senza perderne una briciola. Mai sfuggente ma sempre in fuga. Veder volar via i sogni, accompagnarli fino all’orlo dell’orizzonte, piangendo. Tenere la mano fin sul baratro e dal baratro salutare con il sorriso, sempre. Anche ridere in faccia alla morte, mentre ti accarezza ringraziarla pure perché ti ha fatto visita. E quanta delicatezza. E quanta premura. E quante belle lacrime e preziose e vere. Il prezzo. Il costo.  Dell’esser nati a vivere così. Stare sempre oltre la linea, in un solco di diversità, nelle differenza netta, quella che si vede, brilla ma poi in fondo non conta. C’è la massa che avanza. E tu indietreggi. Un passo e indietro e uno avanti. A modularli. Sempre in tensione.

 

MOVIMENTO 3.Sei l’ascolto che ci voleva, le parole che servivano, il bisogno a cui si risponde. Altri, altro. Non tu. Loro.

Pozzo infinito di carezze che non hai. E vi anneghi, fin oltre la testa. Ma ancora respiri, mentre affanni respiri. Mai che vi sia un finale a togliere il fiato per sempre. E vorresti cadere ma resti. Ancora. Indefessa. Al massacro a massacrarti. Puoi chiederti ancora. Posso chiedere ancora. Ne hai infiniti di pezzi. È tutto uno smembrare e poi riattaccare. Corpi a brandelli in prestito. Poi si ricuciono. Che differenza fa? Tanto sono i tuoi e ne hai a bizzeffe. E di prestiti non ne vuoi.

Accarezzi la vita come una punizione perenne, come se quei giorni di un’estate fa valessero per sempre. Come se la colpa pesasse su te, sola, da sempre. Atlante. O Oreste. Che differenza fa?

Le colpe dei padri, le colpe dei figli. I figli che vendicano i padri, gli uomini che si accecano. I figli che accompagnano. Come se non ci fosse scampo, fluire se non nella fuga tua e nei tuoi altrove. È la tragedia che studi che entra nella vita, la capacità di problematizzare dei greci, quanto apprendi, quanto sei. Il dono che si fa condanna.

MOVIMENTO 4.A Khiva facevo il bagno al tramonto come a Bukhara. Non m’importava se mi vedevi. Nuotavo. Ero libera. La tua libertà pure nuotava. Nella sua sola direzione. Io nella mia sola dimensione. E ammiravo quanto ci potesse essere di semplice in tanto a un colpo d’occhio così artefatto. Ci ignoravamo quasi, ma ci tenevamo d’occhio sempre. A distanza. Non di sicurezza perché di sicuro non c’era niente al di fuori di noi. Adesso tutto vacilla. Non c’è neppure una bacinella dove immergere la testa e fare un tuffo di idee colorate. Io penso a quel cielo azzurro e all’oro che mi abbagliava. E a quanto mi sentivo completa. Indipendentemente da. E nuotavo. Tu pure. E nemmeno mi guardavi. Ed era bello così. Ignorarsi e di scatto guardarsi. Perché poi ci siamo guardati. E questo non l’ho mai capito ma neppure l’ho chiesto. Ti ho solo guardato e mi sono fatta guardare. E abbracciare sulle nuvole dal caldo che arrivava. Che tanto era quanto bastava. E il bello stava lì. Fra pezzi di blu, oro e lacche che si perdono nell’etere. Ero nell’etere.

MOVIMENTO 5.Ora è tutto diverso. Non si crede all’ascolto e alla comprensione se non per una posa d’istante, amara ogni volta l’acquisizione, è un tornare a quel rifiuto atavico di chi ascoltava e non credeva. Parole come favole d’intrattenimento. Ma era realtà di bimba, di specchi che si frantumavano, di reale che stordiva.

Torni a sentirti come allora mentre con sforzo titanico affermi oggi la tua te e ricevi un no. Allora ti difendi; il no ti orienta da sola, è tutto in un angolo che ti tiene stretta oltre ogni misura. È stare in nel fuoco sempre, ma senza essere mai davvero a fuoco. È accondiscendere triste ad una danza macabra mentre le gambe fremono di swing. È vedere oltre la collina, non dormirci sopra ma aver già vagato col cuore un altrove di distese, fitti alberi e rovi, sempre comunque qua e là rovi, quelli che ci assalgono: le storie che non siamo. Le parole che si dicono, quelle che si scrivono, quelle che rimangono. Quello che ci raccontiamo di essere, quanto diciamo di essere, chi veramente nell’ontologia ci vive: un mostro marino, un’erinni, una chimera? Nessuno? Tutto questo e un uomo. Triste creatura. Misera, meschina. Mediocre. Semplice, complessa, indefessa, affranta. Trafficata come la vita: intensa di fatti, ricca di opinioni, piena di percezioni, vuota sovente di un concreto sentire. Illusa, talvolta illusoria. Umana infine. Fatta di terra, senza ali, arida, pretenziosa. Solo. Sola.

INFINE. Allora ti ho cercato. E tu mi hai dato la carezza dolce che sai. Che sei per me.  E non ho pianto più. Oltre le Alpi, oltre le nuvole mi hai ricordato chi sono. Sulle mani avevi una foto di quello che tu vedi di me, quella che io non so più. Eppure sono.  Mi fido, affido ai tuoi occhi, dopo tanto tempo, come alla tua mano quando era nella mia: così piccola, così dolce nell’accogliermi, così vera mentre non ci chiedevamo in cambio niente. Mi metto a fuoco così come vedi tu, e tu e ancora tu: che intreccio sconclusionato la vita. Quanta fatica il sentire. Ma che bello andarsi a cercare, che mistero infinito di coccole trovarsi. Come nella polvere erigiamo un tempio d’oro, nella vita una carezza sopra le nuvole ci alza dal fango in cui ci siamo gettati. Chi ci ha fatto cadere? Un semplice, atavico istinto malato dettato da un rifiuto di chi non ci ha capito o forse semplicemente non si è incastrato fra le pieghe del nostro cuore e del suo; un cuore, qualcuno che è rimasto impigliato fra le labbra o le gambe, ma senza che sia accaduto di procedere oltre, se non per strofinamento e fuga. Talvolta va semplicemente così. Che le bocche, gli occhi, le mani, le gambe si parlino e il cuore resti muti o parli e poi si ammutolisca di colpo o faccia troppa confusione di battiti a un ritmo che non si segue più.

 E a un certo punto si può solo dire grazie, trasformare lacrime tristi in commozione. Per il miracolo che è stato, per il miracolo che è sfiorarsi in un istante e poi tornare alle nostre rocche, ai nostri difetti, alle nostre certezze. Per procedere leggiadri, per permettersi di essere, per un nuovo battito all’unisono che verrà.

 E ancora andare infatti, sempre soli, ma andare. Più leggeri, più veri perché centrati. Fino al prossimo capitolo.

E al prossimo grazie ci sarò. Ci sarai, chiunque tu sia sconosciuto che per un istante mi hai visto, non solo attraversato. Occorre perdersi dentro di sé per ritrovarsi fra le carezze di altri, sconosciuti, improvvisati, che ricordano non una posa ma un’essenza: ripercorrersi in questi ritratti, mettersi di nuovo a fuoco per catturare la luce. Incontrarsi. Trovarsi. Amarsi ancora. Dal bilico sull’orlo della paura alle scarpe nuove che sono ali per seminare strade nel percorso della vita, di sé. Nel silenzio, nella solitudine. Nell’essenza di quanto frastuono armonico ci si è fatti perché si era, e finalmente si è.

 

[Pensieri come un monologo a più voci, distribuiti in movimenti con una fine che è un incipit. Un inizio anno che è un percorso a ritroso per trovare nuova strada da attraversare.

Foto di copertina di mia mano, mentre mi perdo a Palazzo Blu in J. Sima, Doppio Paesaggio, tempesta elettrica: una presa di coscienza fra sfumature, contorni, doppi sensi e significati, Sturm und Drang e sete di trovare, trovarsi. ]

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Informazioni su sindgia

Filologa classica per intuizione, Insegnante di lettere per combinazione, Curiosa del mondo per vocazione.
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