A(n)negare l’Amore.

C’è una donna sul lago, sta seduta di tre quarti, improvvisamente si volge, per vedersi da fuori: il taglio d’occhi se la colpisse quale effetto ne avrebbe, come risulta così da lontano nell’ombra della notte solitaria, in quella posa che è fierezza indomita, ma disperata richiesta d’attenzione nella frastagliata solitudine di una notte da un sapore lievemente diverso.  Che cosa le succede dietro a un tratto infine non le importa.

Si interroga invece su quanto potrebbe risultar bello che Amore, sì proprio lui, la colpisse in quel momento alle spalle oppure un bacio improvviso nell’incavo sul collo la sfiorasse, eppure è più forte allora, proprio lì, la sensazione di quanto può esser perfetto quel concetto letterario del sentimento  che pure vorrebbe ma ancora rifugge.

 Rifugge la mediocrità, rifugge un affaccendato accadersi addosso che abbassa al volgare quanto volava oltre l’onda.

 Rifugge la superficie, rifugge l’apparenza:  per questo non s’accoppia, non s’adegua, non s’ammassa, per questo sola nell’ombra sta. Non cerca pretesti per impietosire e reclamare chi non sente di appartenerle per necessità. Non inventa pretesti per farsi ricettacolo di coniugali incombenze, doveri di avvezze  apparenze e mediocri convivenze, né pretese presenze di vuoti di fondo come cliché da adattare.

 È dentro la storia ma fuori dalla storia, seduta in quel lembo di terra a un passo dall’acqua non si getta, attende una carezza più dolce e levigata, non di mani frettolose e disoneste, ma suoni di pianoforte alle spalle e tremori di sguardi e accarezzare un orizzonte all’unisono, senza dirselo ma camminandovi dentro. Eppure a volte le sembra che quel tocco di grazia possa d’istante prevaricarla e stupirla, sorprenderla, come questa notte di acqua e stelle e pensieri sul lago seduti con lei.

Ma anche questa volta non la stupisce niente se non la bellezza del luogo, e il silenzio e le voci umane al di là di un tempo che nella sua testa si addensano. Succederà agli altri e non a lei, ma se anche Amore non venisse  stanotte né mai a corromperla, sorprenderla, d’impeto farla sua più e più volte, braccarla alle spalle per lanciarla in un’onda di emozioni che solo accarezza nella mente, allora, anche solo lì, con il denso rumore delle acque nel buio di sottofondo a guardarsi i piedi e sognare un orizzonte differente, allora senza dubbio lì potrebbe morir bene abbracciata a sé nei suoi folli passaggi fra storia e letteratura.

E lì proprio lì, Amore, il dio della presenza assenza, sarebbe e non sarebbe, incapace di raggiungerla nelle sembianze di chi che sia, eppure così fortemente presente nell’immagine che ella ha in sé di Lui, com’è.

E dunque vero, sincero, onesto. Ma impalpabile.

Ed è quel sogno da cercare e accarezzare che la spossa e la rende viva con l’occhio di chi ancora non si accontenta e va oltre, mentre culla gli occhi sul lago e i pensieri non ancora del tutto arresi di una solitudine dolce che potrebbe essere sintonia di accordi e ritmi di corpi e respiro. Ma ancora stanotte non sarà. E chissà mai se e quando un giorno sarà.

Rimane un po’ ancora in silenzio, guarda il lago e sogna con il cuore, con gli occhi, con la sua voce di dentro che le parla poesie antiche che lei sa.

Poi di scatto si alza, raccoglie la borsa, si stringe alla giacca se non può stringersi ad altro e va. A passo sicuro, nella notte, verso una strada nuova o vecchia chissà.

Se incontri la bellezza e la riconosci non c’è spazio più per un’esitazione mediocre.

Attraversata la strada velocemente è a passo svelto sulla salita che porta al piccolo colle:  accanto voci intorno che accarezzano, eppure non riscaldano se non, a tratti, stordiscono. Serve ben altro. E ancora non giunge, tuttavia lei procede. Con la bellezza dentro e Amore pure, in qualche modo, in lei, con lei, sebbene lo attenda ancora …forse per sempre.

È il dono. È la disgrazia. È il coraggio. È la paura. È l’esserci e mancare. È la vita, quella sua.

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ἔστι δ’ ὅπη νῦν ἔστι· τελεῖται δ’ ἐς τὸ πεπρωμένον [Aesch. Agamennone, 67-68]

Stiamo nei ritagli di tempo che non sappiamo gestire,
nelle parole tese al volo e scandite come armi da fuoco
nell’incapacità di quanto, seppure, vorrebbero dire “amore”.
Siamo nei dettagli persi dietro ad un biglietto,
nelle frasi secche
mentre altro d’inutile ci appassiona in quel lampo.
Siamo dietro una scia che tutto si porta via,
dentro i pensieri di quello che vorremmo
eppure non sappiamo toccare,
in questa bacchetta magica al rovescio
che brandiamo per scalfire i cuori dell’altro.

Toccata e fuga stonata,
colpi alle spalle e fuggire
e tornare ogni tanto
per vedere e sognare.
O chiedere terapeutiche blandizie.

Stiamo dentro a un pensiero che teme prendere sostanza
e sostanza vuota dolorosa di contenuti diventa il resto.
Siamo una letteratura immaginaria,
una pagina di contenuti stanchi che si ripetono,
errori di ortografia senza fine mentre fra le righe la sintassi si svuota.
Siamo un dettaglio sbavato che ha inghiottito il bello che poteva.
Stiamo in una ferita aperta che non si risana.

Eppure la vita ci aveva insegnato i lidi del cuore dove sostare,
chi c’era coraggioso a inoltrarsi nel fondo,
lo sguardo sincero che più intenso brillava
oltre cumuli di vuoti pensieri.

Eppure su quei cumuli ci siamo appoggiati,
seduti, sdraiati, accomodati nel sonno.
I pensieri vuoti ci hanno carpito l’anima
nella facilità di prendere vita in una vita senza noi
e l’essenza è volata lontano:
a Lei la letteratura, a lei la vita sguaiata che si urla al mattino
a lui il ricordo che non si sporca, a Lui quello che non è.
A Lei la solitudine e il sogno sempre,
da lontano,
la certezza al bisogno dell’istante,
l’illuminazione che poi scappa fugace.
Ma intanto è passata, poi andata, tornata, passata.
Su quei cumuli vuoti non resta.
Non ce la fa, per quanto si sforzi.
Vivere d’intermittenze non l’appassiona.

E la pagina torna vuota,
i cumuli di niente intorno,
la vita a frantumarsi nei rintocchi quotidiani.

È un errore scandito che s’aggroviglia su sé:
il pensiero, il nulla, i cuori che si mordono come cani
e ferite a risanarsi di continuo,
cure palliative e tempeste di fuochi fatui.

Avere gli occhi e saper vedere sempre:
ecco l’alterità, ecco la malattia.

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Prosastici bisogni, liriche certezze.

Un rifugio, una carezza, un abbraccio che arrivi nel centro esatto di questo sottile sentire.

Una parola che mi scandagli dal profondo, uno sguardo più attento, una passione che dura e si trasforma in obiettivo, percorso, progetto.

Un taglio d’occhi che mi attraversi e si fermi, non tema di fuggire, due mani che mi bracchino e trattengano, che il fiato mi manchi e poi tornino gli occhi a brillare, illuminarsi, complici cercare e trovare appigli non di fiducia, ma di scoperta.

Enigmatico un uomo, un tizio, un tale che sappia di qualcosa che vada oltre la contingenza, l’intrattenimento, il vile buttarsi addosso a casaccio parole, morsi e voraci desideri che durano quanto un fiato di vento.

Un viaggio, lungo e fecondo, un risultato che dia il merito di tanta fatica, un riconoscimento piccolo grande, adeguato a quanta fatica si taglia in ogni segmento della vita, della disciplina, delle relazioni, del niente che c’è.

Un’onestà di fondo, in tutto, che attraversi questo tempo e mi dia voglia di dire “Questa volta è toccato a me, facile, finalmente, leggero, veloce, inaspettato”.

Un sogno. Che solo questo possa essere?

E scarsi fra le mani come granelli procedono i profitti, risultati mediocri per menti alte e superiore lo sguardo a risposta, per salvarsi da una violenza che mi vomita addosso.

Ma fa male e brucia. Brucia la fatica, brucia l’impegno che non appaga mai abbastanza brucia la costanza che torna a scegliere la postazione al di qua.

 E vedere e tacere o gridare: stessa forma di perversione altalenante nel non scendere a compromessi.

Privilegio di pochi, spasmi d’asma continui, sottili.

Talento naturale nel scandagliare oltre ogni misura,

abbandonare l’approssimativo senza grazia

e scegliere, sempre virare  sull’intricata via

che regala titanici eroismi a scena vuota.

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Istanbul stanotte.

Anche stanotte più che mai ti penso così: col sapore forte delle spezie che si mescolano in te e le tue strade battute dal sole, con la tua gente che parla lingue diverse e la tua pronta accoglienza, con il mare che tutta ti attraversa, le urla dei venditori sul Bosforo e i traghettanti che lavorano muovendosi da una sponda all’altra, al rientro la sera distrutti, e quella stazione ferroviaria che mi pareva un sogno lontano da accarezzare.

Ti penso così, immergendomi per un attimo nei veli delle donne che ti abitano, nelle occidentali che pure si adagiano nelle tue notti e in te hanno trovato un posto, il loro posto, nel sole che s’inghiotte all’orizzonte e nella voce del muezzin che accompagna il passo lento di un pope ortodosso mentre all’angolo di strada un bambino rincorre uno dei  tanti cani che ti attraversano sonnolenti.

Ti penso così: incredula stanotte, spaventata, da coccolare, da tenere stretta fra le braccia come tu hai tenuto me, ti chiudo nella mia mente e sogno di riattraversare le tue strade un giorno, con gli occhi felici d’incanto che solo tu in quei giorni ha saputo darmi, con il rumore del tram che passa veloce e mi ruba per un attimo lo sguardo, confusa come sono dalla quotidianità della folla comune che ti vive, invidiosa anche di potermi confondere così per percepirti a fondo e conoscerti meglio, di più, nell’essenza.

Ti penso così: nell’abbraccio più forte che ti meriti, nel dolore che attraversa il mio cuore, per quel pezzo di me rimasto là a cui ancora non posso congiungermi; e mi penso su quella panchina, spalle alla Moschea Blu, intensa  al telefono, mentre accarezzavo le parole giuste e il tono che pronunciasse quell’amore che in qualche modo era e sempre sarà. E i recinti coi disegni di tulipani che catturavano la mia attenzione mentre tante dolcezze giungevano alle orecchie e mi spaventavano, ora che mancano, ora che la distanza da te io sento incolmabile per non poter volare ad abbracciarti anche stanotte, ora che anche stanotte di nuovo non riesco a capire come si possa profanare la tua bellezza di etnie che si mescolano, come non possa esserci spazio nelle ansie da paure per le differenze, come non sia possibile entrare nelle tue moschee e silenziosi osservare e sentire, se anche non vogliamo pregare.Ecco che ancora vorrei attraversarti, sotto il tuo sole ancora sudare, sedermi fuori dai tuoi tempi, io pagana, togliermi le scarpe, velocemente sfilare il velo dalla zaino e sistemarlo in testa: gesto reverenziale di rispetto, e sedermi suoi tuoi tappeti ad osservare i giochi di luci sul soffitto e chi prega in una lingua diversa un Dio tutto suo, che non mi appartiene come altri non mi appartengono ma che mi sforzo di conoscere anche in questi passi incerti, in questi sguardi mai troppo intensi.

Ti penso così: affaticata, preoccupata, in silenzio pronta a fare anche questo pezzo di storia che pure ti addolora, vecchia sopportare quest’ennesima follia e tentare di capire cosa accade e perché accade, come quando fosti greca, e poi romana e poi turca e poi chissà e poi.

E ti penso così: con gli occhi di quella donna che ora mi fuggivano e ora mi cercavano in quella piazza assolata, con quello sguardo catturato d’istante  che mi parlava dentro, che mi raccontava  la mia stessa curiosità che significava per me anche accoglienza, con quello di più caro che vedevo dentro di me e riscontravo in lei: la voglia di scoprire, di andare oltre, di superare.

E ti penso così, abbracciando il sogno che sei e che sarai, la forza che hai di generarti nuova passo a passo in ogni anno, secolo, giorno, millennio,  fra icone bizantine e mosaici greci, fra simboli arabi e nuovi alfabeti e lingue che ti hanno accarezzato, qualunque sia la storia, la tua storia, se vecchia o antica, saprai, sempre sarai tu immensa, delicata, abbraccio dei mari, distesa a cavallo fra due mondi che si cercano a loro modo e troppo spesso ahimè non si capiscono.

È una ferita antica che tutta ti attraversa, inumana come i segni del rosso sui corpi di ieri, sui rumori di guerra di oggi. È una deriva che non mi so spiegare e brucia come brucia un dolore che tutta ti attraversa, come bruciano le armi dopo la mattanza, come brucia l’oro dei tuoi decori, come brucia la tua bellezza, come bruciano nel cuore le scelte opinabili di notizie da urlare, di stragi da raccontare e di terrorismi su cui propagandare,  come brucia quest’assenza che è vera e toglie il fiato, come brucia che accada, come è vivo il silenzio.

 

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Carattere & Caratteri.

A questa voglia d’Oriente che mi prende alla bocca dello stomaco,

a quei colori sfumati di rosso e all’allegria dentro e fuori di me,

allo stupore continuo per le luci dai colori infiniti,

a quella maledetta leggerezza che pervadeva tutto ovunque

e all’assenza di bisogni o controlli.

Alla sensazione di essere nell’Hic ed nunc e mai spostata altrove,

ai piccoli segreti che nella distanza e nei silenzi ci dicevamo,

a questa impronunciata maledetta inesorabile promessa d’esserci,

alle ragioni che mi allontanano e avvicinano

a tutto questo io dico: torna, vieni, raddrizzami, correggimi.

Non seguirmi, ma affiancati se puoi e ancora un altro po’ allunga il passo.

Mai con affanno o lena estrema, ma semplice incedere che s’avvicina.

E se non cedo bloccami con dolcezza e insisti là dove proprio ti vorrei

non con tutta me ma con quanto a volte mi sorprende.

E di me potrei procede oltre, lo so, ancora avanti o lasciare il passo

Eppure non accade ancora che io mi sposti per un attimo da me.

Scusami, perdonami se non so,

eppure è mentre fuggo che ti accarezzo più forte.

Lo sai?

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Fuga da due

Non sperarlo.

Non ti appartengo.

Volo diversa.

Mi libro altrove.

È solo un momento che suona felicità:

non confonderlo con la vita.

Sarebbe bugia.

Dura l’esatto istante dell’incanto

E poi il ricordo:

pensiero che svanisce.

Non esiste:

è proiezione mentale

eppure dà respiro.

Allevia il battito.

Ci sostiene.

Trattiene a un passo dalla disfatta estrema.

Rende rossa la tela grigia e ossuta di queste ovvietà fagocitanti.

E tu non distruggerlo.

Si chiama accarezzarlo questo sogno di nasi ad un passo.

Non avvicinarli. Non insistere oltre.

Sarei già volata lontano.

È una premura che non mi nego.

Il frastuono mi logora.

La quotidianità di chi si aggiusta peggio.

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A chi resta. Vuoto.

 

Ci diranno che è tutto uno scherzo?

Così, a un certo punto, d’improvviso?

Solo dopo che avremo dimostrato che

sapevamo stringerci forte nel dolore

ma non abbastanza da stagliarci calore,

dopo che avremo provato in quali

luoghi tragici può vagare il pensiero.

 

Ci diranno così col sorriso malvagio

che solo gli dei sanno tenere

che era uno scherzo gelido

architettato per non farci prendere fiato,

smorzarci il flebile sorriso sulle labbra

e insegnarci cosa non so

se non che tutto e oltre tutto l’amore

vaga a casaccio.

Si perde.

Non torna. Non resta.

Abbandona.

 

Ci diranno che è uno scherzo alla fine

ma la fine è già qui.

E procedere oltre è triste corteo robotico

che sicuro negli stenti incede a ritmo costante.

E tutti parlano e tutto è vuoto.

Ma ancora parlano nel vuoto

e gettano parole a mo’ di carezze:

pusillanimi finzioni create per un mondo

che regala pugni e calci da domare.

Eppure continuano solerti.

 

Ed io? Che faccio? Che direzione prendo?

Come uscire da quanto mi chiede quanto non ho?

Ti abbraccio e ti guardo.

Osservo sagace l’intorno.

Vago col pensiero a trovare una forza

che manca al respiro che non so darti.

Divento bestia feroce che delimita

quanto ti bracca,

ma il male non posso, non ho potuto impedire.

Sono vinta.

Siamo vinti. Inermi. Sconfitti.

Umani meschini.

Più meschini gli dei, io credo.

 

 

 

Ma ci diranno alla fine così che è uno scherzo,

che agli eroi bisogna dare prove

inutili, arcane da affrontare,

che il premio è un misero bagliore

che si staglia su di noi:

una  vittoria piccola

fatta di parole senza senso.

 

Oggi il mondo è vuoto,

domani sarà ancora piccolo e stretto

per te

se mai un giorno dovesse tornare

ad essere bellissimo

ecco, allora potrei, solo allora,

dire

che è stato uno scherzo

a cui ho giocato volentieri.

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